Scorri la pagina

Palestina. Uno sguardo al futuro.

La vita in Palestina.

La vita quotidiana in Palestina si svolge tra controlli ai checkpoint, blocchi stradali, richieste di permessi e lunghi viaggi per percorrere piccole tratte. La mappa del territorio ha subito molte variazioni nel corso dei decenni ma quella che vediamo oggi si rifà a quella stabilita negli accordi di Oslo del 1993.

In base agli accordi di Oslo la Cisgiordania (o West Bank) è stata divisa in tre aree principali:

  • Area A: sotto pieno controllo palestinese
  • Area B: sotto il controllo amministrativo palestinese e il controllo israeliano per la sicurezza
  • Area C: sotto il pieno controllo amministrativo e di sicurezza israeliano


A complicare il quadro vi è la presenza di molti insediamenti israeliani illegali,
comprendenti solo i cittadini israeliani, che a partire dalla Guerra dei 6 giorni (5-10 giugno 1967) si sono lentamente diffusi all’interno del territorio palestinese della Cisgiordania e di Gerusalemme Est e che sono considerati illegali dal diritto internazionale perché violano l'articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra - ratificata anche da Israele - che vieta alla potenza occupante di “procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”.

Ad oggi, oltre 20 anni dopo Oslo, e a 50 anni dalla Guerra dei 6 giorni che ha dato origine all’occupazione da parte di Israele di un vasto territorio palestinese, la vita in Cisgiordania per i palestinesi è sempre più complessa e difficile. La difficoltà di movimento incide in maniera rilevante nella quotidianità, nel modo di lavorare, nel modo di partecipare alla vita pubblica.

Ibrahim è un collega in Palestina: “Qui non abbiamo la stessa libertà di movimento che c’è in Italia e in Europa: qui potete organizzare la vostra giornata e sapete che niente vi impedirà di portare a termine i vostri impegni. Inoltre avete molti mezzi di trasporto e potete scegliere quello più adatto ogni volta. Nel mio Paese invece è molto difficile pianificare i propri impegni, sia giornalieri che mensili, e questo è dovuto principalmente all’organizzazione del territorio palestinese, diviso in diverse aree. Sia per uscire che per entrare in un’area dobbiamo attraversare i checkpoint israeliani per i controlli, operazione che rende incerto il tempo necessario a raggiungere la propria destinazione: possono volerci 15 minuti come 2 o 3 ore e talvolta può essere pericoloso. I palestinesi in Area C inoltre hanno bisogno di permessi militari israeliani appositi, che nella stragrande maggioranza vengono rifiutati, per costruirsi una casa o coltivare la terra. Tutto questo chiaramente genera un sentimento di insicurezza e di incertezza sul futuro”.

Il nostro lavoro in Palestina.

Nel giugno 1967 Israele ha occupato la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est; aree conosciute oggi come territori palestinesi occupati. L'occupazione è stata condannata dalla comunità internazionale e a Israele è stato chiesto il ritiro dalle aree occupate (Risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e molte altre che sono seguite). Dopo mezzo secolo la Palestina è ancora occupata. Israele ha frammentato la Palestina in aree separate:  Gerusalemme Est è stata annessa illegalmente, Gaza è da 10 anni sotto un blocco illegale da terra, mare e aria e oltre la metà della terra palestinese della Cisgiordania è stato confiscata da Israele per la costruzione di insediamenti illegali, zone agricole e industriali, muro di separazione, una vasta rete di strade a uso esclusivo dei coloni, ecc.

ActionAid lavora in Palestina dal 2007, operando a stretto contatto con le comunità più vulnerabili e  focalizzandosi in particolare su giovani e donne, che sono gravemente colpite dalla situazione politica.

L'occupazione limita ulteriormente la capacità delle donne di essere più proattive e sfidare le pratiche patriarcali della società palestinese. Ad esempio, i tassi di disoccupazione femminile, a parità di livelli educativi, sono molto superiori rispetto a quelli degli uomini (28,4% contro 19,2%). Le politiche e le pratiche di Israele hanno paralizzato l'economia palestinese, con un conseguente alto livello di disoccupazione, in particolare dei giovani. C’è inoltre una limitata opportunità per i giovani di partecipare ai processi decisionali.

In Palestina, come negli altri paesi in cui siamo presenti, sosteniamo il diritto all’autodeterminazione dei popoli e lavoriamo per difendere i diritti umani.

Nei governatorati di Hebron e Betlemme, ad esempio, abbiamo coinvolto oltre 5.000 persone di 12 diverse comunità in percorsi di empowerment e formazione. I partecipanti hanno avuto modo di approfondire la loro conoscenza dei diritti umani, sviluppare doti di leadership e comunicazione, nonché di gestione di attività economiche e marketing. Abbiamo fornito, inoltre, supporto finanziario alle donne per avviare delle attività produttive e rendersi autonome in una società fortemente patriarcale e aiutato i giovani nella realizzazione dei loro progetti imprenditoriali.

Nella città vecchia di Hebron, dove l’organizzazione della vita è particolarmente complessa supportiamo le attività dello Sharek Center, un centro polifunzionale, dove si svolgono corsi e attività per bambini e giovani.

Le donne palestinesi hanno subito numerosi abusi dall'occupazione israeliana che ha colpito la loro vita, la loro resilienza e il loro comportamento. La loro sofferenza va oltre l'impatto fisico dell'occupazione militare e coinvolge ogni aspetto della loro vita. Oltre a essere più vulnerabili agli effetti dell'occupazione israeliana, le donne palestinesi sono esposte alla negazione dei propri diritti umani in conseguenza delle pressioni e degli atteggiamenti discriminatori frutto di una società ancora molto patriarcale. Una parte fondamentale del nostro lavoro è quindi quella di potenziare la consapevolezza legata ai loro diritti sociali, culturali ed economici e il potere delle donne in aree emarginate. Lo facciamo perché crediamo profondamente che le donne abbiano la forza e la capacità di contribuire al benessere delle loro famiglie e delle loro comunità anche divenendo membri più attivi all’interno delle comunità.

 

Stefano

ll terremoto mi è costato caro, ho perso tutto quello che avevo.

Voglio rimanere ad Arquata. Sulla ricostruzione mi ci gioco tutto.

Scopri cosa è successo

Martina

Non sapevamo dove andare sia a dormire che a mangiare, non si sapeva niente in quei giorni

Sono contenta perché il nostro ristorante ha contribuito a mantenere vivi i rapporti

Scopri cosa è successo

Maurizio

Dal sisma del 24 agosto 2016 la mia scuola è inagibile.

E’ una sfida personale, devo riuscire a fare qualcosa qui con il mio lavoro.

Scopri cosa è successo

Assunta

ll terremoto mi ha tolto tutto, ma non mi ha tolto i ricordi.

Vorrei ricreare un tessuto sociale della comunità, e tornare a una convivenza serena e leggera.

Scopri cosa è successo

 

[/col]

[/row]

[/section]