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Donne col fischietto Nessuna paura

La prima finale della Coppa del Mondo si giocò in Uruguay nel 1930 e cominciò con un’ora di ritardo. Il motivo Era scomparso l’arbitro, un burocrate belga di nome John…

La prima finale della Coppa del Mondo si giocò in Uruguay nel 1930 e cominciò con un’ora di ritardo. Il motivo Era scomparso l’arbitro, un burocrate belga di nome John Langenus. Lo avevano arrestato e rinchiuso in un gabbiotto dello stadio Centenario insieme ad altri tredici uomini: tutti sostenevano di essere l’arbitro designato per la partita.Anche Langenus si affannava nel tentativo di convincere gli agenti della sicurezza, ma nessuno aveva la minima idea di chi fosse il vero direttore di gara. A riconoscerlo fu il sarto, che il giorno prima gli aveva preso le misure per confezionare la divisa.A dire la verità John Langenus quella partita non voleva dirigerla. Era stato chiamato da Jules Rimet, presidente della Fifa e inventore del campionato mondiale per nazioni: serviva un arbitro europeo nel caso in cui due squadre sudamericane fossero giunte in finale. In effetti, andò così, e quel Mondiale se lo contesero Argentina e Uruguay.Langenus arrivò in Uruguay a bordo del transatlantico su cui viaggiavano tre delle quattro nazionali europee che accettarono di partecipare al torneo: Belgio, Francia e Romania (la Jugoslavia si era imbarcata a Marsiglia su un’altra nave). Langenus non aveva svelato la sua identità a nessuno, tacendo il motivo di quel viaggio al resto dei passeggeri.Giunto in Uruguay seguì alcune partite, visitò la città e fu preso dal panico. In quel primo Mondiale ne successero di tutti i colori: campi impraticabili, risse, colpi di pistola, sparizioni, minacce. Un manicomio. La sera prima della finale, John Langenus, passeggiando sul molo del porto di Montevideo, vide sbarcare ventimila tifosi argentini pronti a tutto. I brutti presentimenti si moltiplicarono.Dopo lunghi ripensamenti e non poche pressioni, Langenus si convinse a scendere in campo. Accettò solo dopo aver imposto ai dirigenti della Fifa alcune condizioni: una nave ancorata al porto pronta a salpare appena fosse terminata la partita, una scorta di cento uomini armati e la stipula di un’assicurazione sulla vita.Se esistesse una storia della tormentata figura dell’arbitro, potrebbe cominciare da qui. Non proprio il massimo come inizio. E dire che gli inglesi, agli albori del calcio, sostenevano che i veri gentleman non avevano bisogno dell’arbitro per giocare.Se vostro figlio (o figlia) vi confessasse di voler intraprendere la carriera di arbitro, gli raccontereste questa storia’Soaud Salhi è una donna marocchina ex giocatrice di calcio e amante del pallone. Ma, soprattutto, è la mamma di Chahida Sekkafi una ragazza di sedici anni che quest’anno ha arbitrato la sua prima partita ufficiale. Chahida vive in un piccolo paese della provincia di Cremona, ed è in provincia che è cominciata la sua avventura. Su campi spelacchiati, dove i suoi coetanei maschi si contendono il pallone mentre i loro genitori recitano (troppo spesso) la parte degli ultras.Non sappiamo se la signora Soaud abbia mai sentito paralare di John Langenus e ignoriamo quali parole di incoraggiamento ha rivolto a sua figlia prima della partita. Di certo Chahida, al suo esordio, non pare sia stata sorpresa dagli stessi timori del suo illustre predecessore: forse un po di tensione, un pizzico di paura, nulla di più. La ragazza ha mostrato nervi più saldi di quelli del povero John Langenus.Il calcio è uno sport semplice, è composto di sole diciassette regole. Sono le milioni di interpretazioni possibili a complicare la faccenda. Il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano descrive così la figura dell’arbitro nel suo libro Splendori e miserie del gioco del calcio: «gli sconfitti perdono per colpa sua i vincitori vincono malgrado lui. Alibi per tutti gli errori, spiegazione per tutte le disgrazie, i tifosi dovrebbero inventarlo se non esistesse. Quanto più lo odiano, tanto più hanno bisogono di lui. Per più di un secolo l’arbitro ha portato il lutto. Per chi Per se stesso. E ora lo nasconde con i colori». Se sei una giovane donna e decidi di fare l’arbitro, ti va dunque riconosciuta una buona dose di coraggio.I vertici del calcio, soprattutto in Italia, mostrano una certa riluttanza nell’inserire una componente femminile tra gli arbitri professionisti. Discriminazione Pigrizia Difficile dirlo.  Il mondo del calcio è (da sempre) contraddistinto da un elevato grado di conservatorismo: lo dimostra la lentezza con la quale viene introdotto l’uso della tecnologia. Piccole innovazioni e lunghe attese. Per non parlare di questioni delicate come il tema dell’omosessualità. Eppure, gli arbitri donna potrebbero rivelarsi un’interessante soluzione per modificare l’immagine dei direttori di gara.Qualcosa, però, sta cambiando. In Francia, nel prossimo campionato di serie B (Ligue 2) esordirà la trentenne Stéphanie Frappart: primo arbitro donna a essere designata per un campionato professionistico.Chissà, forse, un giorno Chahida e Stéphanie arbitreranno una finale dei Mondiali. Intanto, siamo certi, costringerebbero anche il vecchio Gianni Brera, decano mai dimenticato del giornalismo sportivo, a cambiare qualcuna delle sue idee. Grande conoscitore del calcio e genio assoluto della parola, anche lui difettava di originalità quando parlava degli arbitri: «generalmente è uno che ha giocato senza riuscire, oppure si è fatto abbastanza male ed è invecchiato da poter corricchiare soltanto dietro ai giocatori, non più dietro al ball».Scommettiamo che Chahida e Stéphanie non sarebbero d’accordo