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Ebola si arresta, ma i sopravvissuti hanno bisogno di aiuto

Siamo a Clara Town, uno dei quartieri più poveri di Monrovia. Incontriamo Helena Nagbe seduta fuori dalla sua piccola casa. Intorno a lei ci sono i suoi 8 figli: Doris…

Siamo a Clara Town, uno dei quartieri più poveri di Monrovia. Incontriamo Helena Nagbe seduta fuori dalla sua piccola casa. Intorno a lei ci sono i suoi 8 figli: Doris la più piccola ha 4 anni, poi ci sono i gemelli Paul e Michael, Prince, Musu, Paul, Cherish, e Sarah, tutti tra i 7 e i 12 anni.Helena ha 41 anni. Prima che il virus Ebola sconvolgesse la Liberia gestiva una piccola attività commerciale di prodotti alimentari. Ebola ha colpito la sua famiglia e ha lasciato intorno a lei una scia di morte: quasi metà della sua famiglia è morta.Il primo a contrarre il virus è stato mio padre - ci racconta. - Poi è stato il turno della mamma. Sono morti a un giorno di distanza l’uno dall’altra. Non molto tempo dopo, ho perso il fratello e due sorelle. Alla fine altri quattro parenti stretti si sono ammalati e anche per loro non c’è stata speranza. Noi sopravvissuti siamo stati messi in quarantena nella nostra abitazione".Un giorno, uno dei team sanitari addetti alla decontaminazione stava disinfettando la casa con una soluzione di cloro - continua. - Durante questa procedura, uno spruzzo di soluzione è finito accidentalmente nell’occhio sinistro, che si è irritato violentemente a causa dell’alta concentrazione di cloro. Purtroppo, essendo in stato di quarantena, non potevo muovermi e andare in ospedale per farmi curare. L'infiammazione persiste e sta causando ancora fastidiose complicazioni, non solo a livello fisico".A causa del mio occhio non sono in grado di lavorare e non so come sfamare i miei figli - ci ha detto Helena. - Ogni volta che vado fuori inizio a lacrimare. Non sono in grado di fare nulla, soprattutto di giorno, quando c’è tanta luce e il sole è caldo. Sono molto preoccupata per il futuro della mia famiglia, per il mio lavoro, il mio occhio. Sto soffrendo. I miei figli stanno soffrendo".Anche adesso che il virus si è arrestato, a causa della mia condizione e dell'impatto che Ebola ha avuto sulla mia famiglia, alcune persone della comunità continuano a evitare contatti con me e i bambini. C’è gente che non si avvicina nemmeno alla nostra casa. 'Casa Ebola' la chiamano. Abbiamo perso i nostri cari e ora dobbiamo fare i conti con la stigmatizzazione che ci circonda. Fa male, ma non demordiamo. Ho i miei splendidi bambini intorno. Siamo sopravvissuti e con l’aiuto di ActionAid sono certa che ce la faremo a costruire un futuro migliore.