LA DISTANZA È DENTRO.

“La chiamata”. Una sensazione che mi è piovuta addosso da un giorno all'altro, per quanto fosse latente da tempo, e senza nemmeno che io l'abbia voluto: perché non sono stato io ad andare a cercare qualcosa in più, ma è il "qualcosa in più" che è venuto a cercare me. Una specie di destino ineluttabile che, una tranquilla mattina di marzo, ti si presenta davanti, ti mette una mano dolce e amorevole sulla spalla e ti dice “dai, adesso andiamo. E' arrivato il momento di fare un passo in più, di vedere le cose con i tuoi occhi, di toccarle con le tue mani, di sentirle nella tua pancia”. E quel momento non l'ha scelto a caso. L'ha scelto perché tu, poco prima, avevi deciso di fare il tagliando alla tua coscienza, adottando un'altra bambina a distanza, oltre a quella che già avevi da diversi anni, e che per tanto tempo ti aveva aiutato a giustificarti con te stesso, a costruirti la corazza del “mio piccolo”, pensando che potesse bastare. Ma quella mano sulla spalla ti dice che no, non può bastare. Mi sono chiesto Ma lo sto facendo per far star meglio una bambina del Myanmar, o per stare meglio io? E poi, cosa vuol dire adozione a distanza? E se quella distanza fosse prima dentro di me, dentro di noi?”. Tutto è nato da queste semplici domande. Il resto è arrivato dalla mia passione per i viaggi e per la scrittura, che mi ha portato - in modo del tutto naturale - a pensare a un libro-diario di viaggio come al modo migliore per raccontare questo processo interiore, cercando di trasformarlo in un'occasione per raccogliere altri fondi e – molto modestamente - per provare a suscitare la medesima riflessione nei lettori. Il resto l'ha fatto la risposta entusiastica di ActionAid, che mi ha supportato e sostenuto fin dal primo momento.

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Ho potuto incontrare Hnin Wai Hlaing, la bellissima bambina che ActionAid mi aveva assegnato. Un incontro talmente straordinario, nella sua carica di enorme umanità, da rendere difficile persino descriverlo, e di fronte al quale mi sono trovato emotivamente impreparato, anche se era quasi un anno che pensavo a come l'avrei vissuto. E in effetti, quando siamo entrati nel villaggio di Sar Khar, coi piedi che affondavano nel fango e con una crescente consapevolezza delle difficoltà che quelle persone sono costrette ad affrontare, non potevo ancora sapere come e quanto sarei stato travolto dallo sguardo dolcissimo e tremendamente espressivo, dal sorriso timido e dagli occhi profondi come il mare di quella bambina. E sarebbe stato solo l'inizio di una giornata meravigliosa, tutta vissuta all'insegna della gioia, del sorriso e della speranza. Insieme, noi e loro, esattamente come se non ci fossero né un “noi” né un “loro”.

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Il mio viaggio è stato un lungo percorso di conoscenza, sia del popolo birmano sia del lavoro di ActionAid. Questo ha fatto sì che l'opera diventasse qualcosa di più (ha fatto tutto lei, con la carica emotiva che ha acquistato pagina dopo pagina: io ho solo raccolto il messaggio), cioè un omaggio e una testimonianza. L'omaggio è quello – doveroso - a una terra magica e a un popolo semplicemente fantastico, la cui ricchezza umana e spirituale è inversamente proporzionale a quella materiale. Una terra e un popolo dei quali è davvero impossibile non innamorarsi, e che al momento di ripartire ti lasciano un carico di umanità, di generosità e di buoni sentimenti che, te ne rendi conto subito, porterai con te per tutta la vita. La mia speranza è che chiunque abbia adottato a distanza si possa riconoscere in questo racconto, e capire quale differenza il suo contributo abbia fatto e stia facendo.

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La testimonianza, invece, è quella dello straordinario lavoro svolto da ActionAid, senza la quale non esisterebbero né questo progetto né molte altre cose infinitamente più importanti. Un lavoro che ho voluto omaggiare e, per quanto possibile, descrivere nel dettaglio, per come l'ho percepito (prima) e per come l'ho visto (poi) nello straordinario e difficile impegno del personale locale, e che va molto al di là della distribuzione di soldi o beni materiali a chi ne ha bisogno. Un lavoro che prima di tutto è una missione ben precisa: quella di portare un cambiamento sostenibile e duraturo all'interno delle comunità rurali nelle quali l'associazione opera, attraverso un approccio “dal basso”, quindi totalmente basato sulle richieste e sulle necessità delle comunità stesse, adeguatamente formate e soprattutto informate sui propri diritti; ed è proprio questo processo di autodeterminazione, e di acquisizione di una nuova consapevolezza, a far sperare che i progressi e i risultati ottenuti non siano aleatori, ma destinati a rafforzarsi e a consolidarsi nel tempo. Il resto, me lo auguro di tutto cuore, lo farà la transizione definitiva verso la democrazia. Questa gente non merita nulla di meno, anche perchè l'ha già avuto per troppo tempo". 

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