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Lampedusa è l’isola del lieto fine?

Uno sguardo oltre i luoghi comuni sulla quotidianità dell’isola.

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Molte isole insieme

Orientarsi a Lampedusa non è facile. Le difficoltà che si incontrano non sono di tipo geografico. L’isola, infatti, ha dimensioni molto contenute e una forma piuttosto regolare, che si sviluppa soprattutto in lunghezza: ritrovare la propria strada è un esercizio piuttosto semplice. Il disorientamento deriva, più che altro, dalle sensazioni contrastanti che si percepiscono camminando ad esempio su via Roma, la strada del passeggio nel centro del paese.

Lampedusa, lungi dall’essere l’isola dei migranti appare, mai come in questa stagione, l’isola dei turisti. Le spiagge, i bar e i ristoranti sono invasi da un numero impressionante di donne, uomini e bambini che trascorrono le ferie estive proprio sull’isola più a sud d’Italia. Molti operatori del settore e lavoratori stagionali nella ristorazione confermano la percezione: le presenze sono anche quest’anno assolutamente numerose. Si tratta di una presenza visibile, chiassosa, a tratti eccessiva. Non c’è angolo dell’isola che non sia caratterizzato dalla presenza dei turisti.

Per contro, c’è un’altra presenza – quella dei cittadini stranieri – che ha caratteristiche diametralmente opposte. È tutt’altro che difficile, infatti, passare un periodo a Lampedusa senza accorgersi della presenza dei migranti: è molto spesso sobria, sottotraccia, a tratti invisibile. Tuttavia se ci si affaccia sulla scalinata della Chiesa che si trova in fondo a via Roma o se si percorre il tratto di strada che conduce dall’hotspot al centro del paese si può scorgere la presenza discreta dei cittadini stranieri che cercano sprazzi d’ombra in attesa di essere trasferiti altrove. Non sono molti, in questo periodo in particolare, giorni nei quali il locale centro hotspot è vuoto. Al contrario, nell’ultimo periodo si sono registrati numerosi giorni di sovraffollamento.

Scenario di un lieto fine?

Di quali arrivi parliamo? Lampedusa è al centro di un grosso equivoco collettivo. L’isola, infatti, è stata di nuovo nel cuore delle cronache estive con le immagini della Nave Sea-Watch 3 e della Capitana Carola presenti su tutti i media. Per contro, la maggior parte degli sbarchi sull’isola sono dovuti non all’approdo delle navi delle ONG ma all’arrivo autonomo dei cittadini stranieri, soprattutto di origine tunisina. Si tratta di imbarcazioni piccole che arrivano nei pressi dell’isola e, alcune volte, approdano nel locale porto senza essere intercettate.

Questa prospettiva rende particolarmente visibile quanto la spettacolarizzazione del confine, con la messa in scena mediatica della difesa delle frontiere ogni volta che le imbarcazioni delle ONG hanno bisogno dell’indicazione del porto sicuro per lo sbarco, produce effetti fuorvianti, che allontanano dalla comprensione delle realtà.

Da quanto si apprende dalla lettura dei dati del Ministero dell’Interno, al 30 luglio 2019 i cittadini tunisini sono il primo gruppo nazionale nel 2019 per numero di arrivi, con 858 presenze. Si tratta, nella maggior parte di casi, di arrivi invisibilizzati, dei quali si parla pochissimo e che molto spesso vengono gestiti con procedure poco chiare e che contemplano violazioni dei diritti, anche eclatanti. Per contro, gli arrivi conseguenti agli sbarchi delle ONG – numericamente poco significativi – godono di una visibilità mediatica a tratti esasperata. È lo spettacolo della frontiera che va in scena e che crea un immaginario distante dalla realtà.

Dentro il limbo giuridico ed esistenziale

Dopo lo sbarco, tutti i cittadini che arrivano sull’isola sono condotti nel locale hotspot. Come abbiamo avuto modo di raccontare dettagliatamente all’interno del report Scenari di frontiera, gli hotspot sono molto spesso luoghi di trattenimento informale. In aggiunta, i cittadini tunisini sono molto spesso trattati in maniera differente rispetto ad altri gruppi nazionali. Ad esempio molto spesso vengono classificati come “irregolari” non ricevendo adeguate informazioni in relazione alla possibilità di presentare domanda di asilo.

Da questa prospettiva, più che il luogo del lieto fine, del salvataggio e dell’accoglienza, Lampedusa è, a tutti gli effetti, un’isola-limbo. I cittadini stranieri che vengono condotti sul suo territorio, infatti, subiscono un trattamento estremamente differenziato. Alcuni – soprattutto chi proviene dall’Africa subsahariana – sono molto spesso classificati come richiedenti asilo e vengono successivamente trasferiti in strutture di accoglienza del territorio nazionale. Chi, invece, in ragione delle procedure applicate nell’hotspot, è considerato un “migrante economico”, è destinatario di un provvedimento di respingimento e, in ragione di questo, può essere rimpatriato nel paese di origine, può essere destinatario di un ordine di allontanamento o può essere trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio.

Alla luce di queste circostanze, il disorientamento che si prova a Lampedusa non è determinato soltanto dalla compresenza di turisti e migranti con atteggiamenti e prospettive radicalmente diversi. Lo spaesamento è causato anche dalla radicale differenza tra la rappresentazione mediatica degli sbarchi – visibili e spettacolarizzati quando è in ballo l’approdo di una nave di una ONG – e la loro ordinarietà, caratterizzata dall’arrivo continuo di cittadini tunisini e dalle significative violazioni connesse.

Rimettere al centro del dibattito pubblico il tema dei diritti – di quelli violati nell’ordinario funzionamento dell’approccio hotspot, di quelli da difendere e di quelli da conquistare – può essere un efficace antidoto per mettere ordine nella caotica rappresentazione mediatica e fare in modo che Lampedusa possa essere effettivamente l’isola del lieto fine.

(photocredit: Guglielmo Mangiapane-Reuters)