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Le origini del calcio brasiliano: testa, piedi e migranti

Secondo gli storici il calcio brasiliano nacque nel 1894 grazie a Charles Miller, un ventenne  figlio di immigrati britannici, nato a San Paolo nel 1974. Il padre John (un ingegnere scozzese che…

Secondo gli storici il calcio brasiliano nacque nel 1894 grazie a Charles Miller, un ventenne  figlio di immigrati britannici, nato a San Paolo nel 1974. Il padre John (un ingegnere scozzese che progettò alcuni tratti della ferrovia che collegava Santos alle piantagioni di caffè dell’entroterra) mandò il figlio a studiare in un collegio inglese per qualche tempo. Leggenda vuole che, al suo ritorno, Charles sbarcò dalla nave con due palloni sottobraccio, dichiarando di essersi laureato in calcio’.La prima partita ufficiale fu disputata un anno dopo, nel 1895. Si affrontarono le squadre del São Paulo Railway e del Team do Gás, composte da immigrati che lavoravano, rispettivamente, nelle ferrovie e nella locale compagnia del gas. Le origini del calcio brasiliano sarebbero dunque da attribuire, esclusivamente, all’influenza europea. Un’altra figura storica di quei primordi, Oscar Cox, sembra confermare tale tesi. Anch’egli anglo-brasiliano, finito a Losanna per completare gli studi fondò, al suo ritorno in Brasile, la prima società calcistica di Rio, la Fluminense. Nata come squadra dell’élite bianca urbana della città organizzava partite nelle quali si sfidavano studenti e professionisti provenienti dalle famiglie più abbienti di Rio.Eppure a metà dell’Ottocento l’esploratore Max Schmidt, durante un viaggio attraverso la foresta tropicale scovò la tribù degli indiani Pareci, ai quali piaceva intrattenersi giocando con una palla di resina ricavata dall’albero di mangaba. Solo che al posto dei piedi usavano la testa. Nel 1913 l’ex presidente americano Theodore Roosevelt,anche lui in viaggio attraverso l’Amazzonia, rimase colpito da quel bizzarro gioco, tanto da  ribattezzarlo palla testa’. L’inaspettata notorietà raggiunta da quella strana pratica spinse le autorità di Rio a invitare una delegazione indegna per una dimostrazione sul campo. Sedici giocatori Pareci percorsero duemila chilometri per raggiungere la città e furono sistemati in alcune tende all’interno dello stadio della Fluminense. La stampa locale restituì al gioco il suo nome originario, zicunati’, tentando di dare un taglio mondano a tutta la faccenda, senza per altro riuscirci. Nessuno fu in grado di stabilire se si trattasse, o meno, di un embrione primordiale del gioco del calcio; una cosa, però, era certa, lo zicunati era brasiliano al cento per cento.Nei primi anni del 900, dunque, il calcio in Brasile non si poteva, ancora, definire brasiliano’. La massa dei poveri che migravano nelle grandi città ne era esclusa. Nonostante ciò il nuovo gioco cominciò a diffondersi: non serviva una particolare attrezzatura, come per il cricket, per esempio, e costruire un pallone artigianale non era poi così difficile. Il calcio come contraddizione: hobby esclusivo per gli aristocratici e passatempo preferito dei ragazzi poveri.Fu l’Athletic Club, una piccola squadra del sobborgo di Bangu, a Rio, fondata nel 1904 da alcuni imprenditori manifatturieri inglesi, ad ammettere, per prima, giocatori non bianchi. Ma i veri rivoluzionari furono i portoghesi. Minoranza a loro volta discriminata, resero il calcio accessibile a tutti. Il Vasco da Gama cominciò a selezionare giocatori senza alcuna distinzione di razza, origini e ceto sociale. Divenne subito la squadra più forte, tanto da vincere, nel 1923, il titolo di campione della serie A brasiliana, alla sua prima partecipazione, con una squadra composta da sette bianchi, tre neri e un mulatto, tutti provenienti dalla classe operaia. Le resistenze però continuarono.Regolamenti stringenti cercavano di ribadire l’esclusività  del calcio; il dilettantismo imponeva ai giocatori di avere fonti di reddito alternative che escludevano i poveri. Per poter far parte di un club era necessario saper scrivere la propria firma (in un paese con un tasso di analfabetismo enorme), infine, ogni squadra doveva possedere uno stadio.Quelli del Vasco da Gama presero le dovute contromisure. Mandarono i propri giocatori a imparare a leggere e scrivere e costruirono, formarono un’associazione, lo stadio São Januário, allora, il più capiente del Brasile.Gilberto Freyre, sociologo, scrittore, tra i massimi intellettuali brasiliani, sosteneva che il calcio in Brasile è stato il fenomeno sociale più efficace nello sviluppo del concetto di mescolanza delle razze’: esso ha avuto il merito, pur con le sue contraddizioni, di ribaltare l’idea stessa di esclusione.L’ingresso dei neri e dei mulatti nel mondo del pallone ha significato il loro accesso nella società ufficiale’. Chissà quale opinione avrebbe, oggi, del dorato mondo del pallone, lo stesso Gilberto Freyre, vedendo allontanarsi quell’orizzonte di uguaglianza a favore di interessi economici e politici sempre più pervasivi