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Liberi di Giocare

Il rugby in carcere non coinvolge solamente i detenuti.

Diego Dominguez è il quinto miglior marcatore della storia del rugby, è nato a Cordoba in Argentina, ha giocato per la nazionale del suo paese ma soprattutto per quella Italiana: un giorno gli hanno chiesto cos’era per lui una squadra di rugby. Dominguez ha risposto che: “quelle del rugby non sono squadre, sono popoli”.

Antonio Falda è uno scrittore appassionato di rugby. Ci ha scritto su alcuni libri, poi un giorno ha deciso di fare un viaggio, un viaggio che è durato duecentodieci giorni. Lungo la strada Falda ha compreso che è possibile: “considerare lo sport, il rugby, non esclusivamente un’attività sportiva, non solo uno svago, ma anche e soprattutto uno strumento educativo. Valutarne i risultati e le conseguenze. Le eventuali variazioni nel comportamento verso gli altri e verso se stessi”. Falda è stato sui campi di rugby dell’isola di Nisida, Terni, Torino, Monza, Frosinone, Porto Azzurro, Bollate e Firenze. Quei campi sono circondati da mura e inferiate: sono i campi degli istituti detentivi. Per la libertà-Il rugby oltre le sbarre è il risultato di un’avventura umana prima che sportiva.

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1 - Uomini e giocatori

Attualmente in Italia il rugby viene praticato in otto istituti detentivi, ma sono molte le realtà carcerarie che si stanno avvicinando a questo sport.  La prima squadra di rugby interamente composta di detenuti è nata a Torino nella casa circondariale Lorusso-Cutugno: si chiama la Drola e dal 2011 partecipa regolarmente al campionato regionale di serie C.

“Drola” in dialetto piemontese significa, più o meno, “cosa strana”. In effetti quando nel 2010 la Onlus Ovale dietro le sbarre cominciò il suo lavoro in carcere non erano in molti a credere che le cose avrebbero funzionato. L’allenatore della Drola è Walter Rista, ex giocatore dell’Ambrosetti Torino Rugby che ha giocato per cinque volte con la Nazionale: uno che non ha mai avuto dubbi.

Rista, insieme a Pietro Buffa, ex direttore del carcere, ha creduto così profondamente nella capacità del rugby di modificare le vita dei detenuti da spingerli non solo a giocare insieme, ma a vivere insieme. Tutti i giocatori della Drola, infatti, vivono nello stesso padiglione, condividono tempo e spazio, separandosi solo durante la notte. La palla ovale ha contribuito a superare la logica del clan e l’isolamento che contraddistingue la vita carceraria.

A confermarlo sono i detenuti stessi. Antonio Falda, nel suo libro, riporta le impressioni di alcuni di loro: “in Marocco ne conoscevo solo il nome e quando qui ho sentito che si poteva provare ho fatto la domandina. Mi piace e mi diverto. Mi fa sentire bene. Mi fa sfogare. Non avevo mai provato e mi sto divertendo nel giocare. Mi sento come libero. Come se fossi fuori. Quando gioco dimentico tutte le cose che ho in testa. Quando gioco in quelle due ore mi sento bene. E vorrei giocare anche per più tempo. Per più di due ore a settimana. Per me è uno sport che ci aiuta tanto. Prima io non avevo alcun contatto”

Ancora “vengo dall’Albania, e qui in carcere stiamo tutti un po’ divisi: albanesi, africani, nordafricani, napoletani, romani. Ciascuno chiuso nel suo gruppo di appartenenza. Di solito si sta con i propri compaesani. A giocare a carte o a scacchi. È più facile. Per le abitudini e la lingua. Frequentare questo corso e giocare insieme ci consente, invece, di dialogare con gli altri. Prima, tra noi non ci si poteva neanche guardare appena appena storto che nascevano subito discussioni”.

Il rugby in carcere non coinvolge solamente i detenuti: per giocare una partita è necessario il coinvolgimento di numerose persone: uomini della Polizia Penitenziaria, operatori volontari, educatori. Sono necessarie regole condivise e il rugby sembra favorire la costruzione di questo delicato equilibrio come testimoniato dalle parole di Chiara Petrini, direttrice del carcere di Terni: “il rugby credo abbia una marcia in più rispetto ad altre discipline sportive. Credo promuova dei valori e una crescita personale che si rivelano di grande aiuto. Uno sport che non serve solo a rieducare il corpo ma anche i comportamenti. I comportamenti sociali”.

2 - Quasi uomini e quasi giocatori

Una realtà ancora più delicata e complessa è quella degli Istituti di Penali per i Minorenni. Qui riuscire a coinvolgere i ragazzi è ancora più diffile. L’età, la rabbia e il poco tempo a diposizione, dovuto alla breve permanenza all’interno delle strutture, rende difficile instaurare rapporti di reciproca fiducia tra detenuti e operatori.

Quello che conta è l’esempio. Molti dei ragazzi che si avvicinano al rugby, decidono di giocare perché colpiti dall’abnegazione degli allenatori volontari. Gente come Federico Pozzi che tutti i sabati si presenta al campo di allenamento ad aspettare i ragazzi. Anche quando la pioggia e il freddo impediscono di giocare lui c’è, non manca mai. Aspetta i suoi giocatori. Se l’acqua e il fango costringono tutti a rimanere negli spogliatoi si può sempre anticipare il famoso terzo tempo.

La società A.S.R. Milano lavora da sempre con i minori. Federico Pozzi è il responsabile del progetto Rugby Bol nella casa Circondariale di Bollate.

La A.S.R. Milano ha aperto un progetto anche nel carcere minorile Beccaria, questa esperienza è stata raccontata in un cortometraggio intitolato All Bec.

Tutte queste storie raccontano di uno sport, il rugby, capace di fare da sostegno, non solo a progetti di riabilitazione, ma a veri e propri percorsi di vita. Una vita fatta di vicinanza e condivisione. Perché se sul campo si suda, fuori dal campo la faccenda è ancora più dura. Per questo se si decide di buttarsi nella mischia, conviene ricordarsi delle parole di un altro campione del rugby italiano, Mirco Bergamasco: ”giocare da solo anche se sei il più forte al mondo, è un errore. Chi gioca da solo va al massacro, e manda la massacro la propria squadra. Qui bisogna giocare insieme, e per giocare insieme bisogna vivere insieme, e per vivere insieme bisogna divertirsi insieme. E’ vincente la squadra che sta bene dentro e fuori dal campo”.

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Antonio Falda è nato nel 1962, scrive, soprattutto, storie di rugby.
E’ autore, tra gli altri, dei libri Novelle ovali - 35 piccole storie di rugby e di vita (Davide Zedda Editore), Franco come il Rugby e Per la libertà – Il rugby oltre le sbarre (Absolutely Free Editore).

Il suo sito è http://www.antoniofalda.com/