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Molto più di un gioco

A Robben Island, la prigione simbolo della segregazione razziale sudafricana, un giorno del 1964 i detenuti presero una decisone. Ogni sabato mattina un prigioniero si presentava dal capo delle guardie…

A Robben Island, la prigione simbolo della segregazione razziale sudafricana, un giorno del 1964 i detenuti presero una decisone. Ogni sabato mattina un prigioniero si presentava dal capo delle guardie e inoltrava una richiesta ufficiale: «vorremo avere il permesso di giocare a calcio». Il detenuto in questione veniva regolarmente punito con la sospensione del rancio per i due giorni successivi. Il braccio di ferro tra l’amministrazione del carcere e i detenuti durò tre anni. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, un prigioniero si rivolgeva all’amministrazione con la medesima richiesta. Anche la punizione era sempre la stessa. Implacabile. A Robben Island non c’era un campo da gioco. I prigionieri non avevano scarpe, maglie e nemmeno un pallone. Tutti lavoravano dodici ore al giorno nelle cave di pietra in condizioni estreme: eppure volevano giocare a calcio. Un freddo sabato di dicembre del 1967 due squadre di prigionieri, i Rangers e i Bucks, si presentarono a piedi nudi sulla spianata al lato dei baraccamenti dov’erano sistemate le celle. Quel giorno si giocò la prima partita di calcio a Robben Island. Quattro giorni dopo i rappresentanti di ogni braccio della prigione si riunirono per definire il regolamento del campionato. Stabilirono la struttura delle squadre: ognuna doveva eleggere un presidente, un segretario e dei rappresentanti. Vennero fondati sette club: Rangers, Bucks, Hotspurs, Dynamos, Ditshitshidi, Black Eagles, Gunners e Manong. Ognuna di queste squadre era espressione di una linea politica. A Robben Island durante gli anni dell’apartheid la popolazione carceraria era composta quasi esclusivamente da prigionieri politici (membri del PAC o dell’ANC). Solo il Manong Football Club decise che la sua rappresentativa sarebbe stata aperta a tutti, senza alcuna discriminazione (la scelta si rivelò vincente, tanto da fare del Manong la squadra più titolata e spingere le altre formazioni a mettere da parte le loro divisioni). Nel 1969 nacque una vera e propria federazione calcistica la Matyeni Football Association. Rinominata Makana Football Association organizzò il campionato del carcere di Robben Island fino alla definitiva chiusura della struttura (nel 2007 diverrà membro onorario della FIFA). Il calcio a Robben Isalnd non fu solo un gioco, fu la dimostrazione di come uomini costretti in catene potevano organizzarsi, collaborare e dare vita a qualcosa in grado di alleviare le loro pene e rafforzare i sentimenti di lealtà e unità. La Lega fu organizzata secondo i regolamenti imposti dalla FIFA, la struttura burocratico-amministrativa era impeccabile. Esiste ancora oggi un’enorme documentazione al riguardo: calendari di campionato e coppa, verbali delle partite, appelli scritti contro le decisioni arbitrali. Nulla era lasciato al caso. Molti di coloro che lavorarono per la Makana Football Associacion occuparono, in seguito, posti di rilievo nell’amministrazione politica della futura Repubblica Sudafricana (Jacob Zuma attuale presidente del paese fu capitano dei Rangers). Anche l’aspetto agonistico era curato nei dettagli. C’erano tre differenti serie: A, B e C, come nel calcio professionistico. Ogni club schierava una rappresentativa per categoria. In questo modo tutti potevano giocare: sia chi praticava già il calcio fuori dalla prigione, sia chi si avvicinava a quello sport per la prima volta. Venivano organizzate sessioni di allenamento nelle celle dopo il lavoro e i giocatori che non erano pronti fisicamente non scendevano in campo. Il calcio fu solo la prima attività sportiva organizzata dai detenuti di Robben Island. Furono fondate una federazione di rugby, la Island Rugby Board, e fu addirittura organizzato un appuntamento annuale che prevedeva diverse discipline sportive. I Giochi Estivi: una sorta di olimpiade carceraria. All’inizio degli anni 70 la Makana Football Association cominciò ad avere problemi di reclutamento. Molti dei giocatori vennero rilasciati e l’età media dei detenuti crebbe fino a impedire loro di giocare. La spietata politica di repressione del regime sudafricano però consegnò nuove leve al calcio. La cosiddetta Soweto Generation’. I ragazzi della gioventù nera sudafricana: scesi in strada contro la legge che imponeva l’insegnamento della lingua afrikaans nelle scuole, furono uccisi e incarcerati a centinaia. A Robben Island arrivarono in molti e la convivenza con i vecchi detenuti politici non fu semplice, soprattutto all’inizio. I giovani non condividevano l’atteggiamento attendista, improntato al compromesso dei vecchi militanti del PAC e dell’ANC. Li rimproveravano di essere troppo disponibili al dialogo con l’amministrazione carceraria. Il calcio fu il terreno comune sul quale si costruì un’intesa intergenerazionale. Marcus Solomon, giocatore dei Dynaspurs, così si rivolse a i sui compagni di squadra, un giorno del 1971: «le attività sportive qui sull’isola hanno il compito di rendere la nostra permanenza meno insopportabile e intollerabile di quanto sia i nostri sport non hanno giocato una piccola parte nell’avvicinarci sono un modo per cementare le relazioni sociali. Facciamo in modo che non diventino una fonte di conflitto e di incomprensione. Qualcuno di noi potrebbe dire: nobili ideali e grandi parole che non tengono conto della realtà dei fatti. La mia risposta sta in questa domanda: se non avessimo avuto nobili ideali saremmo qui oggi’». Vi pare si sia trattato soltanto di un gioco