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Nella calda estate italiana, prove di riforma in corso

Che sia chiaro, la riforma della quale parliamo è quella della disciplina che regola le attività di cooperazione allo sviluppo internazionale. Si, è vero, il Paese merita altre messe a…

Che sia chiaro, la riforma della quale parliamo è quella della disciplina che regola le attività di cooperazione allo sviluppo internazionale. Si, è vero, il Paese merita altre messe a punto, ma noi dobbiamo investire le nostre energie e conoscenze dove ci compete e quando possiamo fare la differenza (come si usa dire oggi).La legge della cooperazione ha un numero e una data: legge 49 del 26 febbraio 1987. Il mondo era ancora diviso i due blocchi contrapposti, USA contro URSS e viceversa; Nelson Mandela era ospite delle carceri del Sudafrica dell’apartheid; gli accordi per la pacificazione del Mozambico sarebbero stati siglati a Roma solamente qualche anno dopo. In Italia, governava il pentapartito del governo Craxi.La storia incalza e il nostro Paese deve dotarsi di una nuovo strumento di cooperazione allo sviluppo. La discussione, dopo la pausa imposta dallo scioglimento delle Camere nel dicembre scorso e dalle elezioni di questo febbraio, è ripresa di buona lena. Qui la prima novità: questa volta è il governo, più precisamente, il Vice Ministro Pistelli, che cerca di tirare le fila, per arrivare una proposta che possa contare da subito sul sostegno di tutte le parti coinvolte, fra queste diplomazia, settore privato e organizzazioni della società civile.Possiamo sperare che questo tentativo sia più fortunato dei precedenti, con i quali si sono confrontati i Parlamentari di almeno cinque legislature, ma sappiamo che ogni sforzo è legato a doppio filo alle sorti del Governo. Per non perdersi e mantenere la bussola in una navigazione che appare agitata, propongo alcuni punti di riferimento. Una nuova legge deve portare l’Italia nel futuro, quindi bisogna prendere atto che i Paesi partner devono avere il diritto e la responsabilità di definire le priorità di sviluppo, bisogna contare su maggiore qualità, per fare di più con le poche risorse disponibili (ahimè di qui non si scappa) e dobbiamo guardare a casa nostra, visto che la buona cooperazione internazionale nasce da buone scelta di politica nazionale, come i casi delle politiche energetiche e di immigrazione insegnano.