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Questa è la mia terra, o no?

La terra è la mia casa, significa tutto per me!

I miei genitori ed io siamo nati a Bozi. La terra è la mia casa, significa tutto per me.

E' qui che vivo, è qui che ho messo al mondo i miei figli, è qui che coltivo i miei raccolti e pascolo gli animali. Per tutti questi anni la terra ha dato da vivere alla mia famiglia. E' tutto quello che ho. Con queste parole, Anza Ramadhani racconta il forte legame che ha con la sua terra, unica fonte di sostentamento per lei e la sua famiglia. 50 anni, vedova con due figli, Anza vive nel villaggio di Bozi, nel distretto nord orientale di Bagamoyo, in Tanzania.Come Anza, altri 1.300 contadini di quest’area stanno subendo un vero e proprio furto della terra. Infatti, la società svedese EcoEnergy sta portando avanti un progetto, avviato nell’ambito della Nuova Alleanza per la Sicurezza alimentare e la nutrizione, che prevede lo sfruttamento di oltre 20mila ettari di terra, dati in locazione all’azienda dal Governo della Tanzania, per i prossimi novantanove anni.I contadini verranno, dunque, allontanati dalle loro terre sulle quali cresceranno piantagioni di canna da zucchero.

ActionAid, evidenzia come l’azienda svedese, pur prevedendo delle consultazioni con i diretti interessati, non abbia offerto ai contadini alcuna possibilità di reinsediamento, né fornito informazioni chiare e trasparenti sugli effetti irreversibili che il progetto potrebbe causare sulla vita dei contadini e sull’accesso alla terra. Secondo EcoEnergy, il progetto porterà benefici alle comunità di Bagamoyo: 1.500 piccoli agricoltori userebbero le terre per coltivare canna da zucchero, rifornendo l’azienda a un prezzo concordato. Il sistema è in realtà molto rischioso e nasconde diverse insidie: gli agricoltori sono costretti ad avviare la loro piccola azienda agricola in gruppi da cinquanta, indebitandosi con prestiti che arrivano fino a 800mila dollari, una somma che è trenta volte il salario minimo annuale di un contadino tanzaniano. Ci vorranno almeno sette anni prima che le nuove aziende agricole possano ripagare il prestito e iniziare a ricavare un vero profitto.

Fino a quel momento, gli agricoltori metteranno in tasca solo ciò che riceveranno per il loro lavoro diretto nelle aziende, con guadagni molto bassi poiché nel Paese, il salario minimo di un agricoltore si aggira intorno a 44 dollari al mese.

I primi a parlare di questo progetto sono stati cinque investitori stranieri, nel 2010. "Ci avevano detto che avrebbe portato grandi vantaggi alla nostra comunità. La vita a Bozi non è mai stata facile ed eravamo contenti di cambiare.
Pensavo che l'investimento sarebbe stato positivo per il villaggio". - prosegue Anza - "Ci hanno detto che avremmo ricevuto nuove terre e un risarcimento. A un certo punto, ho ricevuto una lettera che mi prometteva un rimborso. La tengo con grande cura, perché so che è la prova che ne ho diritto. Non tutti, però, l’hanno ricevuta".

La cosa più grave è che i contadini non hanno avuto voce in capitolo sul loro destino: sono state promesse terre, tra l’altro di dubbia qualità, e indennizzi che al momento sono rimasti in sospeso. Nessuno ha chiesto il loro parere.

Il reinsediamento avrebbe avuto inizio a settembre 2012 ma continuano a spostare la data. Non abbiamo voce al riguardo. Non possiamo pianificare il nostro futuro. Siamo nel caos più totale. A Razaba è stata montata una bacheca per tenerci informati sul progetto e sopra ci sono le foto che abbiamo scattato noi conclude Anza.

ActionAid ha lanciato una Petizione per chiedere al governo della Tanzania di sospendere il progetto e avviare un nuovo processo di consultazioni con la comunità. I contadini dovranno ricevere tutte le informazioni sull’impatto complessivo del progetto e avere la possibilità di decidere liberamente se accettare o meno il ricollocamento, oppure di considerare delle alternative rispetto al progetto proposto dall’azienda.