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Tra business e calcio popolare

Il calcio è diventato un business: diritti tv, ingaggi milionari, prezzi dei biglietti inaccessibili. Difficile contraddire quella che ormai è una comune e diffusa percezione. Ciò non toglie che il…

Il calcio è diventato un business: diritti tv, ingaggi milionari, prezzi dei biglietti inaccessibili. Difficile contraddire quella che ormai è una comune e diffusa percezione. Ciò non toglie che il legame tra il calcio e il denaro sia, da sempre, assai stretto. In Italia, per esempio, gli industriali si interessarono da subito al pallone. Piero Pirelli, presidente del Milan dal 1908 al 1929, era membro dell’azienda della gomma fondata a Milano nel 1872 , ed è noto il decennale legame tra la Fiat e la Juventus. Mitizzare il passato frugale del calcio è un esercizio consolatorio, ma non aiuta a leggere la storia con obiettività. Nel 1977 a Pretoria, in Sud Africa, Saul Sacks, un uomo d’affari proprietario della squadra di calcio degli Arcade Shepherds, ruppe, di fatto, la segregazione razziale. Almeno per quanto riguardava i campi di calcio. Sacks, in accordo con l’allenatore Kai Johannsen, decise di far scendere in campo Vincent Julius. Un giocatore di colore in una squadra composta interamente da bianchi. Scoppio un putiferio, la stampa fu severissima ma il governo non intervenne. Altre formazioni del campionato cominciarono a schierare giocatori di colore. Quando venne chiesto a Sacks cosa pensava del fatto che molti suoi colleghi presidenti avessero seguito il suo esempio, egli rispose onestamente «in parte, devo ammetterlo, per motivi commerciali. Perché i neri richiamavano le folle, ma per me si trattava anche di un gesto idealista». Business e ideali, dunque.Due storie lontane nel tempo e nello spazio che insegnano a diffidare della retorica dei bei tempi andati’. Il calcio è da sempre un fenomeno socio economico rilevante e permeabile alle logiche commerciali. Anche fenomeni (in apparenza) recenti come le scommesse sono sempre esistite. Scrive lo storico del calcio John Foot, a proposito dei campionati italiani degli anni Venti: «la violenza era legata in parte a ciò che succedeva in campo durante le partite, in parte a rivalità locali e in parte alle scommesse clandestine, già molto diffuse». Questo non significa che il calcio moderno non abbia ampliato a dismisura le storture derivanti dalla ormai cronica commercializzazione dello sport e dall’enorme mole di interessi economici che lo circondano. Contro questa deriva, oggi, assistiamo al diffondersi del cosiddetto calcio popolare o calcio dell’azionariato popolare’. Si tratta di piccole società calcistiche create dal basso, con il supporto dei tifosi. Spesso legate a uno specifico territorio, una città o un quartiere, al loro vertice non c’è un (ricco) presidente ma la partecipazione popolare. Tutto si condivide, tutte le decisioni vengono discusse dai soci, senza alcuna gerarchia. Contano la solidarietà e la trasparenza. In questo momento, forse, la più famosa squadra di calcio popolare è quella dell’FC United of Manchester. Il club è stato fondato dal nulla, nel 2005, da un gruppo di tifosi del Manchester United, i quali non sopportavano l’idea che la loro squadra venisse comprata da una famiglia di magnati americani, i Glazer (accusati di voler speculare sulla storia di una delle formazioni più importanti e seguite del calcio inglese). Il nuovo Manchester’, pur avendo esordito nelle serie semiprofessionistiche della Lega inglese, ha sempre goduto del supporto di migliaia di tifosi. Dopo un paio di promozioni e il consolidamento della sua organizzazione economica e societaria, si appresta a costruire un suo stadio di proprietà. Tutto questo senza che nessun Glazer di turno mettesse un centesimo e con il solo supporto dei suoi fan. In Italia l’esempio dell’FC United of Manchester è stato seguito soprattutto al centro sud. Roma e Napoli sono le città nelle quali questa nuova idea di calcio sembra aver attecchito maggiormente. L’Ardita San Paolo e l’Atletico San Lorenzo sono squadre fortemente legate al territorio romano, vere e proprie formazioni di quartiere’. Esse vivono grazie al lavoro e all’impegno degli abitanti della zona d’origine. Non si limitano al solo aspetto sportivo ma organizzano e animano numerose iniziative sociali. A Napoli e provincia si trovano la Stella Rossa 2006, la Lokomotiv Flegrea che coinvolge ragazzi provenienti da Bagnoli, Fuorigrotta e Cavalleggeri e il  Quartograd nel comune di Quarto. Non mancano realtà simili a Firenze (A. C. Lebowski), Taranto (Ardita Due Mari), Ancona (Konlassata) e Lecce (Spartack Lecce). Ma sono molte le piccole squadre iscritte ai campionati dilettantistici che stanno nascendo con l’idea che un altro calcio è possibile’. Storie differenti, territori con problemi e criticità peculiari il cui comune intento rimane ben saldo: convincere gli appassionati di calcio a smettere le vesti dei semplici spettatori paganti e rimboccarsi le maniche. Coinvolgere cittadini, tifosi e giocatori affinché il calcio torni a svolgere la sua funzione primaria di aggregatore sociale. Quella funzione che la sua declinazione professionistica (milionaria) sembra aver messo da parte a favore dello spettacolo. Anche in questo caso però, se si studia con attenzione la storia del calcio, si scopre che già nei primi anni del 900 c’era chi non aveva nessuna intenzione di piegarsi alle regole del professionismo e del business. L’Alumni Athletic Club fu una storica squadra di Buenos Aires, fondata dallo scozzese Alexander Watson Hutton nel 1898; vinse ben dieci titoli nazionali tra il 1900 e il 1911 e venne sciolta il 24 aprile 1913. Perchè Perchè le regole del gioco erano cambiate. Continuare avrebbe significato snaturare il progetto iniziale L’Alumni Athletic Club, infatti, era nata come la squadra della Buenos Aires English High School, di cui lo stesso Hutton era preside, assecondando uno spirito dilettantistico e di gruppo. Nelle sue fila potevano giocare solo allievi o ex allievi dell’istituto e gli incassi dei biglietti delle partite venivano donati in beneficenza. Questo non impedì al club di diventare una delle squadre più importanti di tutta l’Argentina. Tuttavia, quando cominciò a mancare il ricambio tra i giocatori e i costi economici per sostenere la squadra divennero eccessivi, semplicemente, si decise di smettere. I fondi rimanenti nelle casse del club vennero distribuiti a vari istituti benefici e L’Alumni Athletic Club non tornò più in campo. Possiamo definirlo calcio popolare Chissà, di sicuro, rimarrà leggendario.