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HIV: destinati a cambiare, non a morire!

Un racconto di speranza, dalla malattia alla rinascia

Il primo dicembre segna ogni anno un appuntamento importante. In tutto il mondo, governi e organizzazioni internazionali si uniscono per lanciare un messaggio: fermiamo la diffusione di HIV e AIDS!

Dal 1981, quando furono scoperti i primi casi di AIDS, l’epidemia ha già ucciso venticinque milioni di persone, senza parlare dei casi non registrati o sconosciuti.

25 milioni. Può sembrare un dato insignificante se pensiamo che si riferisca a più di trent’anni di storia e che la popolazione mondiale è di oltre sette miliardi. Ma è importante fermarsi a riflettere: è come se nel corso di trent'anni quasi la metà degli abitanti dell’Italia si fosse estinta.

ActionAid lavora in migliaia di comunità nel mondo per diffondere importanti informazioni di prevenzione. Perché contrarre il virus, non è una condanna a morte. Anche se a volte, per molte persone, essere sieropositive equivale a smettere di vivere, tanto è forte lo stigma sociale che le circonda.

In tanti paesi in via di sviluppo, le tradizioni culturali e le consuetudini, portano a escludere ed emarginare chi ha l’HIV. Come in Rwanda: nel 2014 erano ben 210.000 le persone che convivevano con l’HIV, di cui 22.000 bambini sotto i quattordici anni. Sebbene il governo offra dei servizi di assistenza sanitaria molto validi, solo il 50% dei bambini riesce ad accedere alle cure.

Sono stato in viaggio in questo meraviglioso paese pochi mesi fa, e qui ho conosciuto Alphonsine. Mi ha raccontato la sua storia incredibile che mi ha commosso e allo stesso tempo mi ha reso fiero di lavorare per ActionAid, perché ho capito come sia importante anche il nostro sostegno a distanza.

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Ma partiamo dall’inizio: Alphonsine è una madre di 45 anni. L’ho conosciuta in mezzo alla sua immensa piantagione di canna da zucchero e di cassava a Murundi, una Regione a ovest del paese, sul lago Kivu. Fa parte di una cooperativa agricola che sosteniamo da alcuni anni. Appena mi vede, con orgoglio esclama: “Sono una contadina professionista!” - e non lo metto in dubbio data la vastità del suo campo. Grazie al nostro finanziamento i soci della cooperativa hanno affittato un terreno molto grande, hanno comprato semi di qualità e il necessario per la coltivazione e così sono riusciti a espandere la produzione.

Le ho chiesto come ha conosciuto gli altri membri della cooperativa e com’è venuta in contatto con ActionAid: “Ci siamo conosciuti in ospedale, ci andiamo regolarmente per prendere i nostri farmaci per trattare l’HIV. All’inizio avevamo deciso di coltivare un piccolo campo insieme, eravamo in pochi, perché nessun’altra cooperativa ci voleva, essendo malati. Dicevano che saremmo morti e quindi che senso aveva farci lavorare… Non valevamo niente.

Senza una cooperativa alle spalle non potevamo richiedere finanziamenti agli istituti di credito. Da soli guadagnavamo poco, ma ci bastava. Tutto quello che volevamo, era poter guadagnare abbastanza da garantire una sepoltura dignitosa a chi, tra noi, sarebbe morto per primo.

Aspettavamo solo di morire, non avevamo ambizioni, ci sentivamo soli e avevamo paura per i nostri figli.

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ActionAid è stata la prima a ridarci speranza. Inizialmente ci ha fornito semi di qualità migliore e poi corsi di formazione per sfruttare al meglio il terreno, e guarda adesso che bella piantagione abbiamo!” - esclama indicando il campo di cui nemmeno riesco a vedere la fine.

“Adesso forniamo noi semi di qualità ad altre cooperative e altre famiglie. Prima dovevamo andare noi a mendicare da loro, ma adesso sono loro che vengono da noi!”.

Sentire queste parole mi ha colpito molto. Sapere che quello che facciamo ha cambiato così profondamente la vita di qualcuno è una grande soddisfazione.

Alphonsine continua il racconto: “La cosa di cui sono più felice però è che ho ricominciato a vivere. Ho ricominciato a fare progetti, a sognare, sono molto più sicura di me stessa. Non sento più di essere una condannata a morte. E questo lo devo ad ActionAid, che mi ha insegnato a essere forte! Grazie a quello che guadagno con la cooperativa posso mandare mio figlio di 18 anni in una scuola migliore. Prima doveva percorrere chilometri e chilometri a piedi. Ora invece ha una stanza in un collegio, che offre anche un’istruzione di qualità!”.

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La morale di questa storia è evidente: basta davvero poco per ridare dignità e speranza a una persona. Molte volte, quando si pensa alla povertà che c’è nel mondo, alla sofferenza e ai problemi delle persone, ci sentiamo impotenti, come se qualsiasi cosa facessimo non sia mai sufficiente per mettere a posto le cose. Ma non è così.

Anche il più piccolo aiuto è importante. Una sola donazione può cambiare la vita di una persona che non ha più speranze, non è forse già questo un successo enorme?