La crisi dei Rohingya


Un’emergenza che da oltre un anno coinvolge 760.000 profughi che chiedono diritti e il ritorno sicuro a casa.

Dagli anni Settanta del secolo scorso il Bangladesh ospita la minoranza Rohingya in fuga dal Myanmar nel distretto della città di Cox’s Bazar, nel Sud del paese.  Negli anni ci sono stati altri momenti di grande afflusso, fino a quello del 2017 che ha reso la situazione nei campi profughi spaventosa perché oltre 706.000 rifugiati sono fuggiti - a causa degli scontri e dell’esplodere delle violenze - cercando protezione in Bangladesh.

La crisi umanitaria è gravissima e non c’è in vista una soluzione condivisa. Le persone non sanno al momento cosa fare e come sopravvivere. «Un anno dopo, le donne e le ragazze Rohingya continuano a sopportare il peso enorme provocato dalla crisi innescata dalla fuga dal Myanmar. Stiamo lavorando sostenendo le donne che portano le cicatrici fisiche e mentali di quello che hanno vissuto - scioccanti violenze sessuali, gravidanze derivanti dagli stupri, e il doloroso e pericoloso viaggio verso il Bangladesh. Oggi, tra la povertà estrema e la disperazione, le donne e le ragazze nei campi affrontano la violenza dei partner, il matrimonio forzato e la minaccia della violenza sessuale. Ora più che mai, la comunità internazionale deve ascoltare queste donne, che rivendicano i loro diritti e invocano una giusta soluzione alla crisi in cui vivono» dichiara la direttrice nazionale di ActionAid in Bangladesh, Farah Kabir.

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Sitara ha 35 anni ed è fuggita con le sue 8 figlie. «Quando siamo arrivate è stata molto dura. Abbiamo passato i primi 2-3 giorni in accampamenti all’aperto nell’area collinare. Dovevamo camminare sotto la pioggia. C’erano così tante persone insieme a noi, siamo scappati davvero in molti. Abbiamo dovuto lasciare tutte le nostre cose e correre via. Quando siamo arrivati qui avevamo solo i vestiti che stavamo indossando. Il viaggio è stato un inferno. Non avevamo cibo, né un posto dove dormire la sera. Ho molta paura per le mie figlie, via via che crescono temo che aumenti per loro il rischio di subire violenze». Nei campi è infatti alto il rischio di violenze domestiche e di rimanere vittima di tratta; sono stati denunciati anche matrimoni forzati e precoci di ragazze e bambine, date in sposa per far fronte alla povertà estrema e alla mancanza di prospettive future delle famiglie. Per contrastare questi fenomeni e restituire autonomia e diritti ActionAid ha allestito sei spazi sicuri dedicati alle donne e alle ragazze. Ogni centro offre consulenza psicologica, controlli medici, kit-igienici e assorbenti, informazioni sui servizi disponibili nel campo e - non ultimo - un luogo sicuro dove socializzare e supportarsi a vicenda. Sono stati costituiti anche 33 comitati femminili in grado di monitorare e prevenire situazioni di violenza, incoraggiare l’ingresso negli spazi sicuri femminili e illustrare come denunciare eventuali abusi. Molte ragazze e donne sono state formate appositamente affinché i comitati possano essere progressivamente gestiti in autonomia.

 

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