La testimonianza

Litta2_750

«Cox’s Bazaar ci accoglie con una giornata nuvolosa: mi aspettavo una cittadina di frontiera e invece scopro che si tratta di una delle principali località turistiche del Bangladesh. La nostra delegazione si mette subito in viaggio per raggiungere Mainnerghonna, uno dei campi più grandi dove vivono circa 85.000 rifugiati Rohingya. La strada costeggia per un lungo tratto la spiaggia, poi curva a sinistra verso l’interno, dopo aver attraversato un ponte di ferro. Attraversiamo villaggi di case in muratura, con campi coltivati e mucche al pascolo ma poco più avanti il paesaggio si trasforma: compaiono i primi ammassi di capanne, formate da teli di plastica e canne di bambù e qua e là anche qualche tetto in lamiera.

Scendiamo dall’auto davanti a una capanna un po’ più grande: siamo arrivati al Women Friendly Space (WFS) che ActionAid ha creato con il suo programma di risposta all’emergenza.

Devo chiedere il permesso per entrare, perché per regolamento l’accesso è proibito agli uomini, ma subito le colleghe di ActionAid Bangladesh mi fanno cenno di seguirle, dopo aver avvisato un gruppo di donne che stava allattando nella stanza riservata alle mamme.

L’obiettivo del WFS è proprio quello di offrire uno spazio sicuro alle donne per svolgere le proprie attività quotidiane. In un campo rifugiati, la prima vittima è la privacy, con conseguenze anche gravi in termini di violazioni dei diritti e di violenza di genere. Le ragazze e le donne che devono servirsi di spazi comuni per i propri bisogni igienico-sanitari sono spesso scoraggiate a farlo per motivi di sicurezza e anche la semplice azione di andare alla latrina o a prendere l’acqua può esporle al rischio di violenze sessuali, specialmente di notte.

Rohingya4_750––

L’attività del centro non si esaurisce però ai bisogni primari: le donne possono partecipare a sedute comuni di discussione sui propri diritti e anche ad attività generatrici di reddito. Lasciamo le ragazze alle loro attività e ci inoltriamo a piedi tra le strette viuzze del campo: entriamo in una capanna dove ci attende un gruppo di donne: sono i membri del Community Watch Group, un’associazione informale femminile che rappresenta la comunità e si occupa di segnalare i casi di violenza allo staff del WFS. Si incontrano una volta alla settimana per discutere dei loro problemi e proporre delle soluzioni. Mentre prendo appunti il T9 mi suggerisce termini della vita quotidiana come “terrazzo”, “gelato”… Mi interrogo sulla lontananza tra il mio e il loro mondo e mi rendo conto di quanto sia importante essere qui per poi testimoniare quello che ho visto ai sostenitori di ActionAid, ai miei famigliari e ai miei amici. Fuori dalla tenda un gruppo di bambini canta: “one, two, three, four, five, six, seven up!”.

Forse non capiscono neanche perché abbiano dovuto lasciare le loro case per venire a vivere in un campo rifugiati eppure non hanno perso la voglia di giocare. Forse è proprio da qui che si può ripartire. Con questo pensiero lascio il campo per tornare a Cox’s Bazaar, e da lì in Italia. Adesso ho una missione da compiere: raccontare a tutti quello che ho visto, affinché il mondo non dimentichi la storia dei Rohingya. Una storia a cui dobbiamo tutti cercare di dare un lieto fine.»