Il “problema” dei migranti

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È così, se non con metafore più inquietanti, che il discorso pubblico affronta la migrazione alla stregua di un’emergenza. I più buonisti distinguono tra richiedenti asilo, da accogliere, e migranti economici, da rimpatriare. Pochi s’interrogano sulla complessità che spinge una persona ad abbandonare tutto nel paese d’origine per costruire una vita altrove. Se così facessimo, magari pensando alle motivazioni dei 30 milioni di Italiani che se ne andarono tra fine ‘800 e il 1980, potremmo forse iniziare a capire come gestire l’immigrazione, piuttosto che tentare di arginarla con mezzi inadeguati.

L’Italia è, da almeno trent’anni, un paese d’immigrazione, da ancor prima dell’arrivo delle navi cariche di albanesi. Più di 5 milioni di non-italiani vivono oggi nel nostro Paese, arrivati perlopiù in modo irregolare per poi essere “sanati” tramite provvedimenti estemporanei che hanno compensato l’assenza di una politica adeguata sui flussi lavorativi. Secondo i dati più recenti queste persone versano ogni anno 8 miliardi di contributi e ne ricevono 3 in termini di pensioni, con un saldo netto di 5 miliardi per l’INPS. Il totale delle entrate che deriva dagli immigrati supera di 1,2 miliardi il totale delle uscite dovute all’immigrazione.

Il disconoscimento dell’importanza delle migrazioni per un continente europeo che invecchia sempre di più non è un fenomeno puramente italiano, anzi, spiega gran parte del successo anche estero dei partiti xenofobi.

A poco valgono gli appelli dei demografi secondo cui, mentre le politiche per la natalità dispiegano i propri effetti solo dopo alcune generazioni, l’Europa perderà quasi 50 milioni di abitanti entro il 2050.

Da svariati anni il nostro Paese non apre più bandi per i flussi di lavoratori stranieri e circa mezzo milione di persone, molte impiegate, si trovano oggi in Italia in situazione irregolare.

In assenza di canali legali d’ingresso, chiunque voglia provare a lavorare in Italia può unicamente tentare la strada pericolosa del mare e rimanere legalmente chiedendo asilo, almeno fino a quando non ottiene un diniego definitivo e un ordine di rimpatrio, spesso ineseguibile.

Una politica responsabile che ammetta l’arrivo e valorizzi l’integrazione regolare degli immigrati nel mercato del lavoro non produrrebbe che effetti positivi: scongiurerebbe la creazione di pericolose aree di marginalità sociale tra gli stranieri, ridurrebbe il ricorso al lavoro nero in quelle professioni abbandonate dai “locali”, permetterebbe di mostrare agli italiani il valore aggiunto creato dagli immigrati. Ci aiuterebbe, insomma, a risolvere il più grande paradosso del giorno d’oggi: il fatto che c’è bisogno d’immigrazione malgrado l’opinione pubblica su di essa sia prevalentemente negativa. Ed è proprio per questa necessità che Radicali Italiani, insieme ad altre organizzazioni, si sono fatti promotori della campagna “Ero Straniero - L’umanità che fa bene”, per superare il reato di clandestinità posto dalla Bossi-Fini e puntare su integrazione e inclusione dei migranti.

 

Ero Straniero. L’umanità che fa bene.

Ero Straniero – L’umanità che fa bene - è una campagna lanciata ufficialmente il 12 aprile 2017 in una conferenza stampa al Senato da Emma Bonino e promossa da Radicali Italiani, Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, ACLI, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CNCA, A Buon Diritto, CILD, con il sostegno di numerosi sindaci e altre organizzazioni fra cui ActionAid. “Ero straniero – L’umanità che fa bene” non è solo una battaglia culturale per sfatare i luoghi comuni legati all’immigrazione ma anche un’azione per una legge di iniziativa popolare che superi la legge Bossi-Fini, cambiando le politiche sull’immigrazione e puntando su inclusione e lavoro. Le 50.000 firme necessarie al deposito in Parlamento della proposta di legge sono state raggiunte e superate e ad oggi sono in corso le verifiche di regolarità.

Per restare aggiornato sulla campagna www.radicali.it/campagne/immigrazione