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Festival della Partecipazione

La dichiarazione finale.

Al termine della seconda edizione del Festival della Partecipazione abbiamo misurato sulla pelle delle organizzazioni promotrici, a partire dai loro leader, come l’azione civica - oltre che essere necessaria per ragioni etiche - nel tempo che viviamo sia anche, a monte,  frutto di un accumulo di capitale sociale che procede lento, per vie iterative, per accumulazione progressiva; abbiamo piena consapevolezza del fatto che l’accumulazione di un tale capitale sociale richieda la “pazienza organizzativa” e la visione politica di lungo periodo che Actionaid, Cittadinanzattiva e Slowfood Italia avevano già un anno fa articolato nel Manifesto per l’ Italia Sveglia! Con tale pazienza e pervicacia procederemo negli anni a venire, costruendo sulle osservazioni odierne e ben sapendo che non ci sono alternative ad un tale paziente lavoro, se vogliamo costruire davvero una nuova società civile meno disattenta e più consapevolmente intenta alla trasformazione del Paese, dell’Europa (dove si gioca una partita di fondo sulla coesione delle nostre società) e del mondo.

Rivendichiamo già alla seconda edizione di aver saputo offrire al Paese una occasione, un forum, una mappa per provare a costruire la “rete delle reti” o forse più semplicemente, ma più essenzialmente il luogo in cui le reti si possono comporre attorno ad una condivisa agenda politica in gran parte centrata attorno alla riduzione delle ingiustizie, al rispetto dei diritti e dunque al contenimento della crescita delle ineguaglianze.

Il Festival della Partecipazione diventa punto di riferimento per un ragionamento collettivo sulla qualità della democrazia in Italia (ed a livello internazionale); qui – insieme - si assembla e si consolida il capitale sociale in grado di produrre frutti ben oltre il perimetro, pur largo, delle centinaia di migliaia di aderenti alle organizzazioni promotrici.

A L’Aquila la società civile italiana ed internazionale sa di poter discutere della trasformazione auspicabile delle dinamiche di potere tra cittadini e tra questi ed istituzioni e potere economico… Qui la società civile sa di poter agire il confronto con istituzioni e mercato in piena libertà ed in maniera costruttiva. Qui, luogo simbolico della resilienza sociale e di una vera e propria resistenza al ridursi dello spazio per il confronto politico pubblico, intendiamo crescere ancora in numeri e intensità del confronto.

Continueremo ad approfondire, influenzarci tra noi ed influenzare chi accetta il confronto costruttivo; lo faremo magari allargando il novero dei promotori del Festival, sapendo che proprio questa città sente il bisogno di tornare ad animarsi di impegno civico verso se stessa, verso il cratere delle province colpite dai recenti terremoti, verso la comunità nazionale ed internazionale. Lo faremo a partire dagli oltre 120 volontari che hanno letteralmente sorretto il festival 2017 e la sua riuscita, alcuni dei quali desiderano fortemente rimanere impegnati per il resto dell’anno.  

Qui a L’Aquila torneremo se anche le istituzioni locali vorranno collaborare a far propria l’agenda collettiva emergente dal festival. Un’agenda che ci spinge a lavorare per ri-creare la vita di comunità  che comunque questo processo di partecipazione civile dovrebbe favorire.

Abbiamo visto in questi giorni e nei mesi precedenti crescere nella società civile organizzata la qualità, l’intensità e la tensione verso un dibattito pienamente e compiutamente politico. Tale dibattito tende – in assenza di questo luogo - a rimanere vuoto di contenuti, stritolato nelle veloci occasioni di rappresentanza delle varie identità e posizioni che si manifestano spesso nelle grandi città, lontano dalle aree interne ed in particolare a Roma. Poco attenta risulta, fuori da questo luogo, anche la leadership di un “terzo settore” intento a produrre prima ancora che a riflettere: qui invece è possibile un dialogo aperto, informato, ragionevole che è foriero di opportunità di co-decisione sostanziale.

Siamo consapevoli che i trasferimenti di potere ed i ri-bilanciamenti possibili nel contesto del capitalismo contemporaneo debbono tener conto delle cause profonde della crescente ineguaglianza in seno a ciascun popolo.

Assumendo di non poter abbattere l’intero sistema e che ciò non sia nemmeno necessario (se vogliamo continuare ad utilizzare il paradigma dei diritti e lavorare ad una resilienza sociale capace di condurre ad una redistribuzione di risorse e potere), abbiamo acquisito una maggiore consapevolezza in merito agli errori di articolazione ed esecuzione di alcune politiche che risultano in contraddizione con la stessa intrinseca necessità di accrescere l’ineguaglianza del sistema capitalistico. Tra esse”aggiustamenti strutturali” proposti in maniera decontestualizzata, l’arretramento delle ambizioni regolatrici dello Stato rispetto agli interessi privati, le larghe disponibilità di “compensi compassionevoli” per scopi “caritatevoli”, disaccoppiati rispetto a qualsivoglia ambizione di trasferimento di potere in senso redistributivo. 

Abbiamo riflettuto sull’insufficienza di ambizioni di larga parte di un “terzo settore” che si accontenta di risultare sostitutivo dello Stato nella fornitura dei servizi di welfare su cui lo Stato stesso, principale duty bearer, arretra ormai in modo sistematico; abbiamo  anche riflettuto  sulla “cultura egemone del merito indimostrato”, che legittima la stagnazione improduttiva del capitale nelle mani di chi già è ricco di capitale a danno di chi di capitale è povero.

Al termine di quattro giorni di dibattito intenso usciamo rafforzati nella convinzione che un attivismo civico chiaro nei fini politici, diffuso in termini di consapevolezza, eventualmente (in assenza del contributo dei partiti) unico interprete delle ambizioni di cambiamento della comunità pubblica… sia necessario, ma forse non sufficiente.

Oggi tale dilemma e la nostra onestà intellettuale ci spingono a considerare il tema dell’antagonismo nei casi in cui la collaborazione paziente con Stato e mercato non risulti sufficiente a co-creare politiche alternative a quelle egemoni, le quali hanno causato l’ultra globalizzazione.

Così come nel 2016 abbiamo chiarito di non avere alcuna intenzione di candidarci alla rappresentanza nelle istituzioni (quando ci veniva prospettata l’ipotesi della costruzione di un partito), nel 2017 è chiaro che non intendiamo - nella nostra azione comune - proporci sistematicamente come organizzatori di antagonismo; tuttavia, sottolineiamo oggi che su alcune questioni il limite della compatibilità delle decisioni del sistema della politica tradizionale con il sistema dei diritti umani appare già superato.

E’ questo il caso delle politiche migratorie, della resistenza allo jus soli e delle maniera in cui vengono ridisegnate le responsabilità di soccorso umanitario: manifesteremo chiaramente il nostro dissenso politico rispetto al superamento di tali limiti. Intendiamo tracciare qui una linea invalicabile oltre la quale la conciliazione di interessi diversi appare superflua, giacché le scelte prevalenti appaiono basate spesso su percezioni scarsamente ancorate nei fatti e fuori dal contesto del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario.

Al contrario, sulla maggioranza delle questioni oggetto di pubblico dibattito ci “accontentiamo” di continuare con costanza e rigore a costruire occasioni proprio perché tale dibattito innanzitutto abbia luogo e poi sia sempre informato, aperto e ragionevole. Il Festival della Partecipazione 2018 sarà una volta di più l’emblema di questo sforzo ed andrà costruito sempre più assieme alla cittadinanza locale, agli aderenti ai nostri ed ad altri network e naturalmente con i rappresentanti delle istituzioni e del mercato. 

Ci aspettiamo, attraverso proposte puntuali di svariati attori civici e prima della terza edizione, di cogliere altri successi di merito. Già l’anno scorso a partire dai mesi del primo Festival infatti – pur nell’incompletezza degli stessi - si sono registrati progressi per esempio sulle unioni civili, in materia di biotestamento, con l’approvazione del DDL povertà e la legge sul reato di tortura. La “rete delle reti” che si ritrova a L’Aquila, composta di altri, oltre che i promotori del Festival e certamente non solo i partiti o i movimenti che ambiscono alla rappresentanza nelle istituzioni, è stata e sarà sempre più protagonista del governo della società nel suo insieme. Siamo convinti che il metodo sia anche sostanza e dunque siamo certi che troveremo una società ancora più vitale al festival 2018.