Haiti: le comunità locali chiedono giustizia a sette anni dal terremoto.

Ricostruzione e land grabbing. Il caso del Parco Industriale di Caracol nel nuovo rapporto di ActionAid

Non solo danni e distruzioni immediate, ma anche un lungo percorso per tornare alla normalità negli anni a venire. E’ la dura eredità dei terremoti, come quello di Haiti. A sette anni dal sisma che ha colpito l’isola, le comunità locali pagano ancora gli errori della ricostruzione e rivendicano i loro diritti sulla terra. In occasione dell’anniversario del terremoto che il 12 gennaio 2010 ha causato 222mila vittime, ActionAid presenta il rapporto “Giustizia per Haiti. Ricostruzione post-terremoto e land grabbing: il caso Caracol”, che denuncia l’accaparramento di terra (land grabbing) a danno di 3.500 persone per la costruzione del Caracol Industrial Park nel nord del Paese. Il progetto, considerato uno dei simboli della ricostruzione, ha invece finito per peggiorare le condizioni economiche delle comunità locali con una lunga serie di inadempienze, errori e scelte illegittime.

Il Caracol Industrial Park avrebbe dovuto creare circa 65mila nuovi posti di lavoro, rilanciando l’economia e le esportazioni del Paese grazie ai finanziamenti del Governo di Haiti, dalla Interamerican Development Bank (IDB), della United States Agency for International Development (Usaid) e della Sae-A, azienda coreana di abbigliamento. La sua costruzione ha causato una violazione sistematica dei diritti delle popolazioni locali - come quello alla terra, alla casa, il diritto a essere consultati in maniera preventiva, libera e informata (Free, Prior and Informed Consent), il diritto al cibo e a un’equa compensazione - contribuendo così a deteriorare le condizioni di vita delle persone che vivevano grazie alle terre oggi occupate dal parco industriale. Le famiglie che hanno perso il loro principale mezzo di sostentamento, la terra, hanno per questo deciso di presentare un reclamo formale all’Interamerican Development Bank con il supporto dell’Accountabily Counsel, associazione di avvocati impegnata nella difesa dei diritti delle comunità locali, e di ActionAid Haiti. 

Il rapporto di ActionAid analizza gli errori e le violazioni che hanno caratterizzato il progetto sin dalle primissime fasi. In primo luogo la scelta dei terreni, ubicati nell’area di Caracol-Chabert, senza alcuna consultazione previa con le famiglie che li occupavano. In secondo luogo i primi studi di impatto, che indicavano i terreni di proprietà pubblica ignorando il complesso sistema di diritti consuetudinari e informali che regolavano l’accesso alla terra delle popolazioni locali. In terzo luogo le consultazioni per la definizione delle compensazioni, realizzate quasi un anno dopo l’avvio del progetto e svolte con 41 «leader naturali» comunitari non rappresentativi delle famiglie interessate. Infine le compensazioni, la cui definizione è avvenuta sulla base di metodologie errate, con tempi di erogazione lunghi e cifre finali del tutto inadeguate.

La costruzione del parco industriale è avvenuta a partire dal 2011 con la promessa non mantenuta di promuovere lo sviluppo locale e causando la cementificazione di 246 ettari di terreni tra i più fertili del paese. Nonostante le elevate stime iniziali sulla creazione di nuovi posti di lavoro - 18mila nel 2014 e 37mila entro il 2020 - a luglio 2016 c’erano state solo 9.266 assunzioni. Anche chi è riuscito a trovare impiego nel Caracol Industrial Park, in maggioranza giovani donne, deve ora far fronte alle cattive condizioni di lavoro con salari bassi, rischi per la salute e violazioni delle norme di sicurezza.

In una serie di interviste realizzate da ActionAid Haiti in collaborazione con l’associazione locale AREDE (Association pour la Reforestation et la Defense de l'Environnement) e il Collettivo contadino vittime di Caracol (KPVTC) su un campione di 58 capifamiglia interessati dal progetto, 54 hanno affermato di trovarsi in una situazione socio-economica peggiore rispetto a 5 anni prima. «Ho coltivato la mia terra per 22 anni, ma ho dovuto lasciarla senza alcun risarcimento. Non c’è stata negoziazione, ci hanno detto di accettare il risarcimento offerto. Pensavamo che il parco ci avrebbe portato benefici. Prima ci hanno promesso la terra, poi la casa, alla fine tutto ciò che abbiamo ottenuto è stato un piccolo risarcimento», racconta Marie Marthe Rocksaint, piccola agricoltrice e madre di due figli, costretta a lasciare la sua terra quando è iniziata la costruzione del parco industriale.

ActionAid e KPVTC chiedono ai responsabili del progetto di aggiornare il calcolo dei danni ai prezzi di mercato del 2016, di istituire un soggetto indipendente con funzioni di verifica delle compensazioni ricevute da ogni singola famiglia e di realizzare una trasparente revisione dei criteri di vulnerabilità. È inoltre indispensabile garantire alle famiglie colpite un adeguato accesso alla casa e alla terra e definire un piano di compensazioni non finanziarie per migliorare le loro condizioni di vita.

Ancora oggi non vi sono state risposte alle richieste avanzate dal KPVTC di avviare un processo inclusivo e partecipato che porti alla definizione ed erogazione di eque compensazioni. Le famiglie colpite dal progetto non potranno riavere indietro la loro terra, ormai completamente cementificata, ma hanno il diritto di avere giustizia vedendosi riconosciuti tutti i costi che stanno sostenendo e le relative compensazioni necessarie a garantire loro uno stile di vita degno. 

Ad Haiti la fame colpisce il 50% della popolazione e il 22% dei bambini sotto i cinque anni. Il 60% delle persone vive di agricoltura, cifra che raggiunge il 75% nelle aree rurali, in un Paese che importa oltre il 50% del cibo dall’estero e che è costantemente a rischio di crisi alimentare. Il terremoto, la siccità e gli eventi climatici estremi - ultimo dei quali il devastante uragano Matthew – hanno aggravato la situazione. Una situazione di vulnerabilità che colpisce in modo particolare le donne, che pur avendo accesso limitato alle risorse produttive – in special modo la terra - e guadagnando meno, sono responsabili dell’alimentazione familiare. Nonostante l’insicurezza alimentare che minaccia il paese, dopo il terremoto del 2010 la ricostruzione ad Haiti ha puntato sull’espansione del turismo e dell’industria manifatturiera, affidando un ruolo centrale agli investimenti esteri.

Il rapporto completo è disponile al seguente link: https://www.actionaid.it/app/uploads/2017/01/Giustizia-per-Haiti.pdf

Foto disponibili fino al 19 gennaio al seguente link: https://we.tl/AgWCrO8aev   

Il lavoro di ActionAid ad Haiti: ActionAid è un’organizzazione internazionale indipendente presente in oltre 40 paesi per agire contro la povertà e l’ingiustizia insieme alle comunità più povere. In seguito al terremoto del 2010, ActionAid ha assistito 200mila persone attraverso programmi di emergenza. I primi sforzi si sono concentrati sugli aiuti essenziali come cibo, acqua, kit per la prevenzione del colera e alloggi provvisori. Nel lungo termine ActionAid ha lavorato al fianco delle comunità locali per ricostruire le loro vite e renderle meno vulnerabili a futuri disastri, formando in particolare le donne sulla risposta alle emergenze. Dopo il devastante uragano Matthew, che ha colpito l’isola lo scorso ottobre, ActionAid ha assistito oltre 36mila persone fornendo cibo, alloggi, kit igienici, denaro per avviare piccole attività e programmi di protezione per le donne. ActionAid lavora inoltre ad Haiti con programmi di sviluppo per migliorare l’istruzione e la resa dei raccolti, formando giovani e donne per renderli economicamente indipendenti e aiutando gli agricoltori per rispondere al meglio ai cambiamenti climatici. ActionAid sostiene inoltre le donne haitiane per porre fine ai maltrattamenti e alle discriminazioni di genere.

Per informazioni: Ufficio Pubbliche Relazioni e Media ActionAid Italia International

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