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Sayeeda

Oggi la mia vita è cambiata e ho ricominciato a guardare al futuro con ottimismo.

Mi chiamo Sayeeda e ho 30 anni. Non mi piace essere considerata una vittima, anche se sono una delle decide di migliaia di donne indiane che hanno subito violenza. E l’ho subita da chi credevo sarebbe stato al mio fianco per tutta la vita, anche se il mio è stato un matrimonio combinato.

In India le bambine sono discriminate, ancor prima di nascere. Sembra incredibile ma è quello che succede ed è successo a me. Le violenze sono iniziate quando ho scoperto di aspettare una bambina e la situazione è peggiorata quando ho espresso il desiderio di non avere più figli. Mio marito e la sua famiglia mi hanno costretto ad avere rapporti perché volevano tutti i costi un erede maschio. Sono rimasta nuovamente incinta e anche questa volta di una bambina. A quel punto le umiliazioni e vessazioni si sono trasformate in botte e violenze fisiche. Mi hanno fatta cadere dalle scale, mi hanno picchiata così tanto che ho perso l’udito da un orecchio. Mentre ero in ospedale ho conosciuto gli operatori dello One Stop Center.

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Ho ricevuto assistenza legale e psicologica ma non solo. Con il matrimonio avevo interrotto gli studi e grazie al centro ho ripreso a studiare, mi sono laureata e ora sto frequentando un master. Il mio sogno è lavorare al centro come operatrice e aiutare tante altre donne come me. Oggi vivo con i miei genitori e le mie due figlie e al centro opero come volontaria. Spesso sono io che ricevo le chiamate di aiuto e quando riesco a fare bene il mio lavoro sono felice perché significa che ho restituito vita e dignità a un’altra persona. Come a quella mamma che ha chiamato qualche tempo fa dicendo che il marito le aveva portato via il figlio neonato. Era disperata, si era già rivolta alla polizia ma avevano detto che non potevano aiutarla. Siamo intervenuti noi e parlando direttamente con il comandante della stazione siamo riusciti a fare in modo che si attivassero per aiutarla. Poche ore dopo il bimbo è stato riconsegnato alla madre ed entrambi sono ora seguiti dal nostro centro.

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Oggi la mia vita è cambiata e ho ricominciato a guardare al futuro con ottimismo anche se non mancano le difficoltà. Voglio continuare a lavorare per i diritti delle donne e andare ad abitare via dalla baraccopoli. Sono finalmente riuscita a ottenere il divorzio e mio marito è stato condannato. Purtroppo è sparito e in questo momento non riceviamo i soldi che dovrebbe dare per il mantenimento delle bambine, ma sto lavorando sodo perché possano avere una vita serena e libera.

(Photocredit: Paolo Roberto Chiovino)