Il lavoro di ActionAid in Nepal
Il giorno dopo il crollo del 26 agosto 2026, mentre l’Alto Rasuwa si poteva raggiungere solo con gli elicotteri del governo, ActionAid Nepal era al lavoro con i partner locali per capire di cosa avessero bisogno le comunità colpite. La risposta si è concentrata prima a valle, nell’area di Dhading, dove la piena ha danneggiato gravemente case e comunità. Il 31 agosto gli aiuti sono arrivati anche a Rasuwa e Nuwakot, nonostante piogge, fango e strade distrutte. Le priorità erano quelle di ogni emergenza: un riparo, cibo, acqua pulita, con un’attenzione particolare alla protezione di donne e ragazze, che durante gli sfollamenti sono le più esposte a violenze e abusi.
Non è la prima volta che quella valle chiede una risposta d’emergenza. Il Nepal è tra i Paesi più colpiti al mondo dai disastri climatici.
Nel luglio 2025 lo svuotamento improvviso di un lago glaciale aveva già portato via il ponte al valico di Rasuwagadhi. Dopo il terremoto del 2015 ActionAid aveva lavorato in sei aree, tra cui proprio Rasuwa, con cibo, ripari temporanei e aule provvisorie per i bambini. Nel settembre 2024 erano state le alluvioni a colpire Kathmandu: insieme all’associazione locale Nepal Mahila Ekata Samaj, ActionAid aveva distribuito acqua potabile, riso, materassi e coperte alle comunità colpite lungo il fiume Bagmati.
L’intento era costruire una risposta guidata localmente, coordinata con autorità, partner e reti di comunità, che nascesse dalle reali esigenze della popolazione invece di affidarsi a soluzioni già pronte decise altrove. Lavorare con staff e organizzazioni del posto permette di arrivare «in maniera molto capillare là dove serve». È lo stesso principio che orienta il lavoro di ogni giorno, quando nei villaggi l’organizzazione promuove l’agroecologia, sostiene con piccoli fondi le imprese collettive avviate dalle donne e rafforza le capacità locali di ridurre il rischio di disastri, ad esempio rendendo le scuole luoghi sicuri. Dopo il terremoto del 2015 ha affiancato le comunità di 18 aree colpite nel costruire piani locali di gestione del rischio climatico e di disastro.

Sempre più spesso, però, i programmi di lungo periodo e la risposta alle emergenze finiscono per essere lo stesso lavoro, visto in momenti diversi. Nel distretto di Bardiya, lungo il fiume Karnali, gruppi di donne sostenuti da ActionAid da circa un decennio mappano i rischi, formano le comunità alla risposta alle emergenze e organizzano esercitazioni. Nello stesso periodo le alluvioni sono diventate più frequenti e più letali. «In passato non sapevo quando c’era rischio di alluvione», racconta Sita Chaudhary, presidente del comitato comunitario per la gestione dei disastri di Rajapur. Oggi riceve gli avvisi via SMS e può allertare in anticipo chi vive nelle zone a rischio.
Il percorso può anche andare nel senso opposto, dall’emergenza al lungo periodo. Dopo il terremoto del 2015 gli aiuti si sono trasformati in una ricostruzione guidata dalle comunità, con comitati in cui le donne avevano un ruolo di guida. L’obiettivo dichiarato era lasciare le comunità in condizioni migliori di prima del sisma. Per questo ActionAid chiede che i fondi per le perdite e i danni climatici includano prevenzione e resilienza di lungo periodo. E che arrivino direttamente ai gruppi locali, in particolare a quelli guidati da donne e giovani.

Dietro questo cambiamento c’è un’idea: la crisi climatica non è solo una questione ambientale, ma riguarda i diritti delle persone, a cominciare dalla casa, dalla terra e dal cibo. La Costituzione nepalese riconosce a ogni persona il diritto a vivere in un ambiente pulito e sano, e alle vittime di danni ambientali il diritto a un risarcimento. Un rapporto di analisi sulle leggi sul clima, pubblicato da ActionAid Nepal osserva però che il Paese non ha una legge organica sul clima. I meccanismi di risarcimento per le comunità colpite restano discrezionali, non fondati sui diritti.
Le conseguenze pesano soprattutto su chi aveva già meno. Dopo le alluvioni, osserva lo stesso documento, le comunità dalit e indigene ricevono ripari temporanei ma nessun sostegno per ricostruire i mezzi di sussistenza. Le famiglie ricollocate nel bacino del fiume Kamala non hanno garanzie legali contro lo sgombero e spesso tornano a vivere nelle zone a rischio. I piccoli agricoltori, senza strumenti come l’assicurazione climatica, restano esposti a ogni nuovo shock.
Da qui nasce la campagna per la giustizia climatica insieme alle comunità colpite e alla società civile. Le richieste sono chiare: giustizia per le comunità in prima linea, fondi a dono e non prestiti per riprendersi e per coprire le perdite e i danni, e che a pagare sia chi ha inquinato. «Perché dobbiamo pagare il prezzo di qualcosa di cui non siamo responsabili?», si chiede Pratima, che vive in una delle comunità colpite di Dhading. «Non vogliamo prestiti, vogliamo finanziamenti a dono per la giustizia climatica e per le perdite e i danni», ha detto la direttrice esecutiva di ActionAid Nepal, Sujeeta Mathema, che già a settembre aveva denunciato che gli aiuti arrivati erano in gran parte prestiti. Perché un Paese che contribuisce per meno dello 0,1% alle emissioni globali non può indebitarsi per sopravvivere alla crisi.
Insieme possiamo portare aiuti alle persone colpite
