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La nostra nuova ricerca: 9,6 miliardi UE legati alla gestione delle migrazioni

Le persone dovrebbero essere al centro della cooperazione allo sviluppo. Eppure, una parte crescente delle risorse dell’Aiuto pubblico allo sviluppo (APS) viene usata anche per obiettivi legati al controllo delle migrazioni. È quanto emerge dalla nostra nuova ricerca “L’aiuto alle frontiere. Cooperazione allo sviluppo ed esternalizzazione nelle politiche migratorie dell’Unione europea e dell’Italia”.

Il rapporto nasce anche dal lavoro che portiamo avanti con The Big Wall, il nostro osservatorio sull’esternalizzazione delle frontiere, che ha mappato oltre 350 progetti italiani insieme ai documenti e agli accordi che li sostengono.

Tra il 2021 e il 2025 l’Unione europea ha destinato circa 9,6 miliardi di euro a interventi legati alla gestione delle migrazioni in diversi Paesi, quasi interamente classificati come Aiuto pubblico allo sviluppo. Dentro questa cifra ci sono attività molto diverse: dalla protezione di rifugiati, persone sfollate e comunità ospitanti fino al controllo delle frontiere e ai rimpatri.

Non tutti gli interventi che riguardano le migrazioni hanno però lo stesso significato. La criticità nasce quando le risorse per lo sviluppo vengono orientate soprattutto a prevenire le partenze, intercettare le persone in viaggio o aumentare i rimpatri, facendo prevalere gli obiettivi delle politiche migratorie dei Paesi donatori sulle priorità di sviluppo dei Paesi partner.

Per esternalizzazione delle frontiere intendiamo lo spostamento del controllo delle migrazioni verso Paesi di origine e di transito, attraverso fondi, accordi e sostegno alle autorità locali.

Nel Nord Africa questo orientamento è particolarmente evidente. Tra il 2020 e il 2024 l’Italia ha destinato quasi 96 milioni di euro al controllo delle frontiere e ai rimpatri: quasi quattro volte gli aiuti a fondo perduto destinati nello stesso periodo ad agricoltura e sicurezza alimentare.

Tra il 2020 e il 2025 abbiamo mappato 472 milioni di euro di stanziamenti italiani legati alle migrazioni. Le risorse hanno finanziato interventi diversi, dalla protezione delle persone migranti ai progetti di sviluppo e occupazione, fino alla gestione delle frontiere e ai rimpatri. Circa l’82% è stato conteggiato come Aiuto pubblico allo sviluppo.

Restano invece marginali gli investimenti per permettere alle persone di migrare in modo regolare e sicuro: nel Fondo Migrazioni, nello stesso periodo, a questo obiettivo sono andati appena 500 mila euro su circa 242 milioni, lo 0,2%.

Anche gli interventi sulle cosiddette “cause profonde” delle migrazioni richiedono attenzione. Lavoro, formazione, servizi di base e mezzi di sussistenza sono strumenti centrali della cooperazione, ma non dovrebbero essere valutati in base alla capacità di ridurre le partenze.

“Le migrazioni sono una questione politica, non un problema di sviluppo da risolvere”, sottolinea Roberto Sensi, nostro esperto in diseguaglianze globali e uno degli autori della ricerca, insieme a Lorenzo Figoni e Eva Baluganti.

Chiediamo all’Unione europea e al Governo italiano di garantire che le risorse dell’Aiuto pubblico allo sviluppo restino destinate allo sviluppo economico e al benessere dei Paesi partner, senza essere subordinate alla collaborazione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri.

Servono più trasparenza e controllo pubblico, ma anche investimenti nella protezione delle persone, nei canali regolari e sicuri, nella mobilità per studio e lavoro e in programmi costruiti insieme alle comunità locali. La cooperazione deve ampliare le possibilità delle persone, compresa quella di scegliere se restare o migrare.

Photocredit: Thomson Reuters