Una piccola ma significativa vittoria per arginare la deriva persecutoria
Una sentenza del tribunale di Trento mette un freno all’applicazione del DL36 del 2025 e riapre il dibattito sulla riforma della cittadinanza in Italia. Per molti minori il percorso resta troppo lungo e aggravato da ulteriori ostacoli.
La recente sentenza del Tribunale di Trento rappresenta un importante segnale nel dibattito sulla cittadinanza in Italia. Il giudice ha infatti stabilito che le nuove norme, per rispettare i principi costituzionali, non possono determinare trattamenti diversi tra minori che vivono nella stessa condizione familiare e materiale. Inoltre la sentenza mette in discussione il fatto che una misura pensata per limitare la cittadinanza per discendenza possa essere applicata, con effetti distorsivi, sulla cittadinanza per naturalizzazione. Una decisione significativa, che richiama l’attenzione su una vicenda rimasta finora ai margini del dibattito pubblico ma destinata a incidere concretamente sulla vita di molte famiglie.
Cosa prevede il DL 36/2005 sulla cittadinanza
Il DL 36 è stato presentato dal Governo come un intervento per restringere l’accesso alla cittadinanza italiana per le persone nate all’estero e discendenti di cittadini italiani che non hanno sviluppato alcun legame effettivo con il nostro Paese. Una scelta che rispondeva anche alle critiche rivolte negli ultimi anni a un sistema fondato sullo ius sanguinis e capace, in alcuni casi, di riconoscere la cittadinanza a persone che non hanno mai vissuto in Italia né costruito qui un percorso di vita.
Tuttavia, nel tentativo di intervenire su questo terreno, il decreto ha prodotto effetti molto più ampi. La formulazione della norma si è rivelata infatti particolarmente confusa, tanto da richiedere successive circolari interpretative per chiarirne il significato. E proprio dentro questa incertezza si sono creati nuovi ostacoli per molti figli e figlie di persone immigrate.

Cosa cambia per figli minori di persone naturalizzate
Prima dell’entrata in vigore del decreto, il minore convivente con il genitore che acquisiva la cittadinanza italiana poteva ottenerla a sua volta e senza ulteriori requisiti
Oggi, per i minori nati all’estero, la convivenza non basta più: è richiesta una residenza continuativa di almeno due anni insieme al genitore prima della sua naturalizzazione. Inoltre, anche per i minori nati in Italia, l’acquisizione della cittadinanza non avviene più contestualmente a quella dei genitori, ma può richiedere ulteriori passaggi e tempi di attesa.
Si tratta di modifiche che producono conseguenze molto concrete. Da un lato aumentano gli oneri amministrativi per i Comuni; dall’altro generano incertezza, ritardi e difficoltà per le famiglie coinvolte, che devono comprendere una normativa molto complessa , Ad esempio, nel solo comune di Torino, nel primo anno di applicazione della normativa, Su 236 pratiche esaminate, 185 hanno avuto esito negativo. Di queste, ben 169 avrebbero avuto esito positivo con la normativa precedente. In alcuni casi, l’applicazione letterale della norma rischia addirittura di determinare disparità di trattamento tra fratelli e sorelle appartenenti allo stesso nucleo familiare.
Il caso esaminato dal Tribunale di Trento
È proprio ciò che è avvenuto nel caso esaminato dal Tribunale di Trento.
Una famiglia aveva presentato ricorso dopo che soltanto due dei quattro figli avevano ottenuto la cittadinanza insieme ai genitori. I due minori nati in Italia erano stati inclusi nel procedimento, mentre quelli nati all’estero ne erano stati esclusi. Secondo il giudice, una simile interpretazione della legge avrebbe prodotto una discriminazione incompatibile con i principi costituzionali: la norma deve invece essere letta in modo che i minori nella stessa condizione familiare non vengano trattati in modo diverso.
Una piccola vittoria, ma il problema resta
La sentenza costituisce un segnale importante. Anche grazie alla pressione esercitata da organizzazioni della società civile, operatori legali e associazioni impegnate sul tema, alcune delle interpretazioni più restrittive della nuova disciplina sono state progressivamente messe in discussione.
Ma molte situazioni restano ancora irrisolte.
Tante famiglie continuano a confrontarsi con ostacoli amministrativi, tempi lunghi, procedure difficili da comprendere e che per di più non trovano alcuna giustificazione sul piano dei diritti.

Perché serve una riforma della cittadinanza in Italia
Questa vicenda si inserisce inun quadro più ampio.
La campagna referendaria del 2025 ha contribuito a rendere visibile a una parte significativa dell’opinione pubblica una realtà spesso ignorata: gli effetti della legge 91 del 1992 sulla vita delle persone immigrate e, soprattutto, dei loro figli e delle loro figlie. Per milioni di giovani che studiano, lavorano e costruiscono il proprio futuro in Italia, il sistema della cittadinanza continua a rappresentare un percorso lungo, incerto e costellato di ostacoli.
Non è solo una questione tecnica o burocratica.
Le politiche sulla cittadinanza continuano a svolgere una funzione profondamente politica e simbolica. Da un lato alimentano narrazioni identitarie utili a costruire consenso attraverso la distinzione tra chi appartiene pienamente alla comunità nazionale e chi ne resta ai margini; dall’altro mostrano la difficoltà di immaginare forme di appartenenza e di cittadinanza capaci di riconoscere la società per quella che già è: plurale, complessa e attraversata da storie, origini e percorsi di vita diversi.
La posizione di ActionAid
Per noi difendere il diritto alla cittadinanza significa difendere la giustizia sociale e la qualità della nostra democrazia.Proprio mentre una parte della società civile cercava di promuovere informazione e consapevolezza sui limiti della legge 91/1992 e sosteneva una sua riforma, il Governo si muoveva nella direzione opposta, ostacolando il dibattito pubblico sul referendum e intervenendo nuovamente sulla normativa attraverso il DL 36.
La sentenza di Trento invece ci ricorda che la tutela dei diritti fondamentali non può essere subordinata a logiche propagandistiche o a visioni escludenti dell’appartenenza.
Per questo continueremo a difendere il diritto alla cittadinanza e contrastare norme discriminatorie. Farlo significa tutelare le persone direttamente coinvolte, ma anche la qualità della nostra democrazia e la capacità delle istituzioni di garantire uguaglianza e giustizia.
Promuovere iniziative di informazione sul DL 36 e sostenerne la revisione fa parte di questo percorso.
La cittadinanza non può essere un privilegio per pochi. Deve essere uno strumento di riconoscimento e tutela per chi vive, cresce e contribuisce ogni giorno al futuro del Paese.
La sentenza di Trento mostra che esistono ancora spazi per contrastare questa deriva discriminatoria, ma anche quanto sia necessario continuare a presidiarli.