Chi paga il prezzo più alto?
Dal Nepal all’Europa, un confronto con Giulia Bassetto sulle responsabilità, le ingiustizie climatiche e le strategie per proteggere le comunità.

Giulia Bassetto è autrice di clima e ambiente per Will Media e Chora Media. Si è formata tra Relazioni internazionali e Human security e da anni racconta la crisi climatica partendo dalle soluzioni: cosa si può fare, chi lo sta già facendo, cosa ancora manca.
Con lei abbiamo provato ad allargare lo sguardo oltre il disastro che ha colpito il Nepal a fine estate: perché il clima che cambia è una questione di sicurezza e di diritti, a che punto sono gli strumenti internazionali ed europei, e quali città e quali paesi stanno già imparando ad adattarsi.

- Giulia, grazie per essere qui. Partiamo da una premessa, oramai è chiaro che il climate change non è solo una questione ambientale.
Prima di tutto è una questione di sicurezza. Dipendiamo dalle risorse che il pianeta ci offre e in un clima che cambia, cambia anzitutto la loro distribuzione. Pensiamo ai raccolti, sempre più minacciati da siccità e alluvioni: quando gli eventi estremi mettono a rischio la produzione di cibo, il problema diventa economico e poi di salute. Le ondate di calore di quest’estate hanno ridotto la produzione europea (EU-27+UK) di cereali di quasi del 9,3% rispetto al 2025, con perdite intorno ai 3 miliardi di euro, e si stima che abbiano causato almeno 35.000 morti in eccesso, e il dato è fermo ad agosto. Il clima non sta cambiando: è già cambiato. Per questo, più che di riscaldamento globale, ha senso parlare di crisi climatica, anzi di crisi sistemica. Alterando i processi fisici dell’atmosfera inneschiamo effetti domino che riguardano tutte e tutti noi. Persino la NATO, in un rapporto di gennaio 2026, l’ha descritta come un problema sistemico che entra nell’agenda di sicurezza.
- E in termini di sicurezza un ruolo importante è giocato dagli eventi estremi che si stanno moltiplicando ovunque nel mondo, al punto che è nata una nuova branca di studi che si chiama scienza dell’attribuzione e si occupa di collegare questi eventi ai cambiamenti climatici e collegare il singolo evento alla crisi climatica non è sempre semplice.
Gli studi di attribuzione hanno bisogno di tempo, e solo col tempo sapremo se e quanto la crisi climatica ha pesato su un evento specifico. Però sappiamo come funziona un’atmosfera più calda. C’è una legge fisica precisa: per ogni grado in più di temperatura, l’atmosfera trattiene circa il 7% di umidità in più. Quel vapore acqueo prima o poi deve scaricarsi, e quando lo fa arriva con molta più violenza e in maniera molto più intensa.
E l’obiettivo di restare sotto il grado e mezzo, secondo le previsioni, verrà superato almeno per un periodo. Magari poi rientreremo sotto, ma intanto andremo oltre. Vuol dire eventi estremi più frequenti e più intensi.
- Alla COP27 è nato il fondo loss and damage, pensato proprio per i paesi colpiti da questi eventi. Sta funzionando?
È uno strumento molto dibattuto. Istituito alla COP27 e operativo dalla COP28, per quanto mi risulta è l’unico fondo multilaterale per perdite economiche e non economiche. È nato in un momento in cui c’era bisogno di vedere una luce in fondo al tunnel: dopo lo slancio del Green Deal europeo nel 2019, a livello globale stavamo facendo fatica.
Il suo merito è aver riconosciuto che esistono danni a cui non ci si può più adattare. E qui entra il tema dell’ingiustizia climatica: i paesi che storicamente hanno emesso meno, e che quindi hanno contribuito meno a creare le condizioni in cui ci troviamo oggi, sono quelli che soffrono di più gli eventi estremi.
I limiti però sono tanti. Sono stati promessi circa 800 milioni di dollari, ma ne sono arrivati intorno ai 250-300. Le richieste, da più di 100 Paesi, valgono 2,8 miliardi: dieci volte tanto. Gli Stati Uniti di Donald Trump si sono ritirati dall’accordo di Parigi e anche da questo fondo, e la loro assenza fa scricchiolare la sua solidità economica. Soprattutto, i contributi restano volontari: nessuna norma obbliga a versarli.

- Anche il Nepal ha chiesto di accedere al fondo. A che punto siamo?
Da quanto risulta siamo in una fase di consultazione, e una risposta dovrebbe arrivare a dicembre. Un Paese che ha sulla coscienza pochissime emissioni, colpito da quello che è successo a fine estate, è costretto ad aspettare. Altri, come Stati Uniti e Cina, hanno contribuito molto di più, e chi ha più possibilità economiche oggi si trova in una situazione completamente diversa. Questo incrina la credibilità dello strumento: sulla carta è una conquista, nella pratica siamo lontani dal vederlo operativo.
- Senza contare che le cifre in gioco sembrano minime rispetto ai danni che ci aspettano.
Il tema economico oggi è il tema del clima. Anche alle COP si discute sempre più di finanza, perché senza soldi non si va da nessuna parte e sappiamo che più aspettiamo a investire in politiche di adattamento, più ci costerà caro. Prevenire costa molto meno che curare, anche perché quei danni aumenteranno.
- Spostiamoci in Europa, nel 2019 il Green Deal prometteva di fare dell’Unione il primo continente a zero emissioni. Cosa resta oggi di quell’ambizione?
Nel 2019 l’Europa aveva una grandissima occasione. L’ambizione era altissima e anche coraggiosa: von der Leyen e il suo vice Frans Timmermans lo definivano “il nostro andare sulla Luna”, sembrava che il resto del mondo avrebbe dovuto inseguirci. Non è andata così: molti paesi ci hanno superato. La Cina, ad esempio, nonostante sia indietro in termini di riduzione delle emissioni, ha adottato tecnologie rinnovabili a velocità doppia rispetto a noi.
Detto questo, Green Deal e Fit for 55 hanno funzionato. Tra il 2019 e il 2024 Parlamento e Commissione hanno approvato politiche che hanno fatto fare passi avanti importanti alla decarbonizzazione, e le emissioni sono calate tra il 37 e il 40% rispetto al 1990, mentre l’economia cresceva.
Oggi però facciamo molta più fatica. Con il pacchetto Omnibus il Green Deal è stato rivisto e in molti parlano di annacquamento: alcuni obiettivi slittano, altri vengono ridimensionati in nome di meno burocrazia per le imprese. La logica si è spostata dall’ambiente alla competitività e all’indipendenza strategica. Non è tutto da buttare, i risultati si vedono. Ma è cambiata l’aria: la barca che puntava dritta verso la decarbonizzazione ha cominciato a fare slalom.
- Se la politica internazionale ed europea fatica, dove si vedono invece risposte concrete?
Si può intervenire a più livelli. Il primo sono i comuni, che possono ripensare le città dove oggi vive la maggior parte delle persone, perché restino vivibili anche d’estate per un anziano, un bambino o un trentenne. Poi le regioni e soprattutto lo Stato. In Italia avremmo una grande carta da giocare, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel 2023: è ben pensato e prevede più di 300 misure, ma non indica le risorse per realizzarle. Così applicarlo diventa impossibile.
Uno degli esempi più virtuosi è Copenaghen. Dopo l’alluvione storica del 2011 la città ha riunito progettisti e urbanisti per riprogettarsi, e in vent’anni ne sono nati più di 300 progetti di drenaggio e rigenerazione secondo il modello della città di spugna. Dimostra che la volontà politica si può tradurre in azione concreta.

- Puoi spiegare meglio di cosa si tratta?
Il nome richiama proprio l’immagine di una spugna, che assorbe molta acqua e la rilascia lentamente. Sono città progettate per raccogliere l’acqua quando arriva in abbondanza, attraverso strade, piazze e giardini. Aumentare gli spazi verdi aiuta molto: piante e prati, se sotto hanno vasche di raccolta, trattengono tanta acqua. Così, durante un’alluvione, l’acqua non scivola via sulle superfici ma viene assorbita e stoccata, per poi tornare in circolo nei periodi di siccità.
- Cosa si può fare nelle città storiche, come quelle italiane, dove il suolo è costruito da secoli?
Non è facile, ma si può agire sull’esistente in modi diversi: con interventi profondi come la città spugna, oppure con soluzioni più semplici da attuare. Penso ai tetti verdi, che sostituiscono le tegole con superfici permeabili: tante città europee li usano già, da Amburgo a Basilea. Oppure il depaving, cioè togliere l’asfalto per restituire spazio al suolo, così che la pioggia penetri in profondità invece di scorrere via. Genova, ad esempio, che ha uno dei centri storici più antichi d’Italia, lo ha inserito nel piano urbanistico e ha previsto incentivi per i privati che lo fanno.
- Copenaghen però è una città ricca, con una lunga cultura politica dell’uguaglianza radicata. E nei paesi con meno risorse economiche?
Gli esempi ci sono. Il Bangladesh, colpito frequentemente dai cicloni, ha ridotto molto le vittime grazie a sistemi di allerta precoce e rifugi. Investire nel monitoraggio e nelle previsioni permette di mettere in salvo le persone prima che l’evento arrivi.
Poi c’è il Pakistan, che sulle rinnovabili è un caso sorprendente. Come ha raccontato il Guardian a marzo, lì il boom del solare è partito dal basso: dopo l’impennata dei prezzi del gas seguita all’invasione dell’Ucraina, famiglie e imprese hanno iniziato a installare pannelli sui tetti, spinte dal calo dei costi e dagli incentivi. Tra la fine del 2021 e la fine del 2025 la quota di elettricità solare è quintuplicata, e il paese ha evitato circa 12 miliardi di dollari di importazioni di petrolio e gas. Secondo Nabiya Imran, del think tank Renewables First, oggi questo solare diffuso ha “un effetto cuscinetto” contro la crisi energetica in Medio Oriente.
