Il backstage del podcast registrato in Uganda
Francesca Berardi è autrice e voce della serie podcast Una Per Tutte, che Chora Media ha realizzato insieme ad Actionaid per raccontare l’attività di un centro antiviolenza in Uganda, un paese dove più del 60% delle donne ha subito forme di violenza domestica.
L’abbiamo incontrata poco dopo il suo rientro in Italia, quando era nel pieno della scrittura dei copioni, un momento in cui sensazioni e ricordi erano ancora molto vivi.
Con lei abbiamo cercato di raccontare quello che c’è dietro un lavoro di questo tipo: il carico emotivo e culturale che serve per affrontarlo.

- Francesca, grazie per essere qui.
La prima domanda che ti vorrei fare in realtà proprio a livello personale è come si può raccontare una dimensione complessa come quella della violenza di genere in Uganda evitando uno sguardo neocolonialista, o comunque un senso di colpa coloniale.
Questa per me è stata la preoccupazione e sfida maggiore, per un viaggio del genere ci si sarebbe potuti preparare per mesi, se non anni. Io, prima di partire ho studiato il più possibile, sull’Uganda, ma anche più in generale sull’Africa subsahariana. Anche perché i confini tra i Paesi dell’Africa subsahariana, queste linee nette, sono ancora un’eredità del colonialismo e quindi tante questioni sono in realtà transnazionali, così come dentro una stessa nazione si possono trovare contesti completamente differenti. Serve proprio una grammatica diversa per riuscire a leggere quel territorio, sotto tanti punti di vista. Un libro che mi ha aiutata si intitola l’Africa non è così, di Chiara Piaggio. Lei tra l’altro è una delle intervistate nel podcast. Mi ha aiutata soprattutto a rendermi consapevole che la narrazione su quella che chiamiamo genericamente “Africa”, è generalmente mediata da vari tipi di interessi, da vari tipi di sguardi, che però spesso non sono quelli locali, di chi ci nasce e vive. Ci manca proprio una bibliografia di autrici e autori che ci aiuti a comprendere la complessità di un continente che, come dice Piaggio, non è né l’emblema del territorio arretrato che ha bisogno di essere salvato, né il motore del futuro, come spesso ci viene anche presentato oggi.

- Ti viene in mente qualche nome di autrice locale?
Posso farti l’esempio di Stella Nyanzy, una attivista e poetessa ugandese che dal carcere dove è stata rinchiusa per aver parlato contro il regime, ha scritto delle poesie molto taglienti, in cui parla di emancipazione femminile senza mezzi termini e in cui ha anche il coraggio di parlare di amore lesbico, in un Paese in cui l’omosessualità è criminalizzata. Questo per dire che mettendomi in ascolto del mondo delle donne in Uganda, mi sono affacciata su un panorama estremamente vario e complesso, come è ovvio che sia. Poi ovviamente le donne su cui si è concentrato il nostro lavoro sono quelle che si sono rivolte al centro antiviolenza di Kapchorwa, una zona rurale nell’est del Paese, alle pendici del monte Elgon. Le protagoniste del podcast sono loro, donne che hanno deciso di ribellarsi alla violenza, ma anche le attiviste e le operatrici del centro che le hanno accolte e con loro hanno provato a trovare delle soluzioni.
- Ci sono stati dei momenti in cui hai sentito concretamente il bisogno di fare uno sforzo in più per per elaborare questa complessità?
Lo sforzo che dovevo fare costantemente era ricordare a me stessa che mi trovavo in un luogo che potevo leggere fino ad un certo punto. E su questo devo dire mi ha aiutato molto il fatto che fossimo sempre accompagnate da operatrici di ActionAid ugandesi. Il loro legame con il territorio e le persone, ha fatto sì che noi non ci sentissimo come dei completi estranei. Poi quello che mi sono trovata a fare più di una volta è stato sospendere forme di giudizio.
Per esempio, parlando di mutilazioni genitali femminili, una pratica dannosa, senza dubbio da eradicare, serve comprendere che dentro certe comunità il termine “mutilazioni” può essere difficile da accettare per chi ha madre, nonne e zie che ci sono passate. Si preferiscono espressioni più neutre, tipo “taglio”, o “circoncisione femminile”. Per questo, nell’elaborazione anche giornalistica e narrativa, serve mediare, camminare sulla punta dei piedi anche a livello lessicale.

- Hai usato il verbo “mediare”, e nella serie mi pare che questa espressione torni spesso, come se fosse centrale nell’attività del centro antiviolenza di cui parli. Ma cosa si intende nello specifico per mediazione?
Mediazione in questo caso significa che il sostegno che viene offerto alle donne, in moltissimi casi prevede anche una mediazione con le famiglie e le comunità di origine. L’idea è quella di provare, attraverso il dialogo, a cambiare le circostanze in cui la violenza è nata. Questa è una cosa di cui ho parlato molto poi anche in un’intervista con una trainer di ActionAid qui in Italia. Nel momento in cui avviene una violenza in un ambito domestico, oltre a condannare, eventualmente punire chi agisce, si può provare a capire se c’è uno spazio per ricucire quello che si è rotto, per provare a ricostituire una fiducia e un ambiente in cui la violenza non trova più spazio.
Poi in certi casi mediare significa qualcosa di estremamente pratico. Faccio un esempio: una delle donne che ho incontrato è stata ripudiata e picchiata dal marito perché non ha avuto un figlio maschio, solo figlie femmine. È stata cacciata di casa ed è rimasta senza nulla…perché in Uganda terra e beni passano per linea maschile. Senza figli maschi, è come non avere eredi, né diritti né protezione.
In questo caso la mediazione è stata andare da quest’uomo e convincerlo che doveva lasciarle un pezzo di terra, perché lei ne aveva diritto, aveva diritto di lavorare e mantenere le sue figlie. ,
- Per questo progetto hai incontrato tante donne, con storie personali complesse, con vite spesso segnate da eventi molto traumatici, mi ha colpito come inizia la serie, con il racconto di Doreen che è davvero toccante. Che effetto ha fatto incontrarle e conoscerle di persona?
Mi sono messa in ascolto di un loro pezzo che è poi questa grande ferita che hanno vissuto, e che in qualche maniera è ancora aperta, perché poi sono ferite che difficilmente si rimarginano, in tutti i sensi. È come se avessi incontrato una forma di dolore estremamente intimo e personale, che però in qualche modo conoscevo già. Perché alla fine anche quello è frutto del patriarcato, in una delle sue forme più estreme. E questo in un senso ha accorciato le distanze.
Ma affrontare le interviste è stato anche fisicamente difficile: da un lato c’ero io, con la consapevolezza del mio privilegio, dall’altro loro, donne che con coraggio raccontavano le loro ferite a una sconosciuta. Ricordo lo sforzo che ho dovuto fare in un paio di occasioni per non piangere mentre parlavano, perché mi sentivo ridicola all’idea di essere io, delle due, quella che si metteva a piangere. Con una di loro invece abbiamo pianto insieme, ed è stato anche liberatorio. Questa è una cosa piuttosto rara, ovviamente, e lì è successa.

Ascolta il podcast “Una per tutte. Storia di una lotta al patriarcato”
Un viaggio tra i centri antiviolenza in Uganda
nel nuovo podcast Chora Media per ActionAid.