Dati carenti e inadeguati alla base di un fallimento annunciato
A che punto siamo
Su quali basi vengono decise le politiche antiviolenza nel nostro Paese?
La domanda non è affatto scontata. Per costruire politiche efficaci servono dati strutturati, disaggregati e aperti e una conoscenza approfondita del fenomeno. Ma quando si parla di violenza maschile contro le donne, questa base spesso manca.
Senza conoscere le fasce di età e i territori in cui si concentra la violenza, non è possibile decidere, ad esempio, se potenziare gli interventi di prevenzione nelle scuole o nelle aziende, aprire nuovi centri antiviolenza o case rifugio nei territori in cui sono assenti, oppure promuovere attività di prevenzione con gli uomini dove il rischio risulta più elevato.L’assenza di un sistema informativo strutturato e regolare sul tema non è quindi un problema tecnico né una questione marginale riservata a poche persone addette ai lavori. È uno degli ostacoli principali alla costruzione di politiche pubbliche efficaci. Senza dati adeguati, il fenomeno resta così in gran parte invisibile e la capacità di prevenirlo e contrastarlo si riduce drasticamente. Questa mancanza non è neutra, ma influenza le scelte politiche, orienta l’allocazione delle risorse economiche e incide sulla qualità e sulla copertura territoriale dei servizi antiviolenza, con effetti concreti sulla vita delle donne che subiscono violenza e cercano protezione. Un esempio ne sono gli interventi di prevenzione frammentari e sottofinanziati promossi a livello nazionale, la forte disuguaglianza nell’accesso ai servizi di protezione che caratterizza i territori e una prevenzione primaria che si limita a pochi ambiti, come quello scolastico, lasciando scoperti molti dei contesti in cui la violenza si manifesta.
Monitorare senza dati
Questa carenza di dati noi di ActionAid la sperimentiamo da anni nel lavoro di monitoraggio del sistema antiviolenza italiano, avviato dal 2015 per verificare il rispetto degli obblighi previsti dalla Convenzione di Istanbul (ndr: la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica). Un monitoraggio che riguarda sia le politiche adottate sia la capacità dello Stato di conoscere e descrivere il fenomeno della violenza maschile contro le donne. In entrambi i casi, il lavoro si scontra con la mancanza di informazioni pubbliche chiare, sistematiche e comparabili. Sul piano delle politiche, ricostruire quanti fondi sono stati stanziati, come sono stati distribuiti, a quali servizi o destinatari sono effettivamente arrivati e con quali risultati è spesso complesso, in alcuni casi impossibile.
Sul piano della rilevazione del fenomeno, il quadro è altrettanto fragile.
Le note ISTAT sulla violenza contro le donne non sono regolari e non sempre rispondono alle esigenze di analisi e valutazione delle politiche pubbliche. La banca dati sulle denunce, inoltre, si limita a un numero ristretto di reati – violenza sessuale, percosse, stalking e omicidi volontari – restituendo una rappresentazione parziale della violenza.
In questo modo non si tiene conto delle molteplici forme in cui la violenza si manifesta né del fatto che una parte significativa delle violenze non emerge attraverso le denunce.
In questo contesto, il ricorso al FOIA (ndr: l’istanza di accesso generalizzato possibile in Italia dal 2016) è diventato uno strumento ordinario di lavoro. Pensato per garantire trasparenza in via eccezionale, viene utilizzato per tentare di colmare vuoti informativi sia sulle politiche sia sul fenomeno. Anche così, però, le risposte ricevute risultano spesso incomplete, frammentarie o difficilmente confrontabili, e in alcuni casi non arrivano affatto. Il risultato è un quadro faticoso da ricostruire, che rende complesso non solo il monitoraggio civico, ma anche una valutazione pubblica informata e una programmazione efficace delle politiche antiviolenza.
Costruire politiche senza conoscere il fenomeno
In assenza di dati solidi e sistematici sul fenomeno, si pone una questione politica di fondo: su quale base vengono costruite le politiche antiviolenza? Quali evidenze informano le scelte normative, la programmazione degli interventi e la definizione delle priorità? La carenza di dati sul fenomeno non riguarda solo la fase di attuazione delle politiche, ma incide a monte sul loro impianto.
Senza una conoscenza adeguata delle forme della violenza, dei contesti in cui si manifesta e dei percorsi delle donne, il rischio è che le politiche e le norme adottate negli ultimi anni, e tuttora al centro del dibattito parlamentare, non siano in grado di rispondere ai problemi che le donne vivono e risultino inefficaci.

Le norme ci sono, ora vanno attuate
Negli ultimi anni, il quadro normativo in materia di raccolta e diffusione dei dati sul fenomeno della violenza maschile contro le donne è stato potenziato La legge 53 del 2022 ha introdotto obblighi di rilevazione per diverse amministrazioni pubbliche (strutture sanitarie, Ministero dell’Interno, Ministero della Giustizia) e ha previsto per ISTAT l’obbligo di condurre un’indagine triennale sul fenomeno. Un passo avanti significativo, che tuttavia non ha ancora trovato piena attuazione. Anche la direttiva europea 1385 del 2024, da recepire entro giugno 2027, ha stabilito obblighi vincolanti sulla raccolta e diffusione annuale dei dati sulla violenza contro le donne e sulla violenza domestica, includendo informazioni su denunce, procedimenti, condanne e femminicidi, nonché dati su case rifugio, linee di assistenza e prevalenza delle diverse forme di violenza, con disaggregazione per età, sesso e relazione con l’autore e con un esplicito riferimento anche alla violenza digitale. Le norme, dunque, esistono: la vera sfida è tradurle in un sistema informativo capace di integrare i diversi livelli di rilevazione e di restituire una conoscenza reale e aggiornata del fenomeno. In assenza di tale strumento, l’adozione di nuove disposizioni e l’aumento delle risorse rischiano di non tradursi in una riduzione proporzionata dei femminicidi e delle denunce per violenza.
La mobilitazione di Dati bene comune e la richiesta politica
Di fronte a un sistema informativo ancora frammentato e incompleto, Dati Bene Comune (campagna promossa da noi di ActionAid, Infonodes, Ondata, Transparency International Italia, insieme a D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e PERIOD think tank) ha avviato quindi una mobilitazione per chiedere al Governo di liberare immediatamente i dati sulla violenza maschile contro le donne e di genere. Non si tratta di una richiesta generica di trasparenza, ma dell’attuazione di obblighi già previsti dalla legge 53/2022 e dalla direttiva (UE) 2024/1385.
La richiesta è chiara: dati pubblici, regolari e in formato aperto, disaggregati per genere, età e territorio, che includano tutte le forme di reato connesse alla violenza maschile contro le donne e di genere. Dati che rendano visibili le relazioni tra vittima e autore, la presenza di precedenti denunce, i percorsi giudiziari e i fenomeni legati alla violenza digitale. Senza queste informazioni, la violenza resta in larga parte invisibile e le politiche continuano a essere costruite su basi parziali.
Rendere i dati accessibili non è un adempimento tecnico, ma una scelta politica che riguarda la qualità della democrazia e la tutela dei diritti delle donne. È su questo terreno che si gioca oggi una parte decisiva dell’efficacia delle politiche antiviolenza
Senza dati la violenza scompare dalle statistiche, ma non dalla realtà: a subirne le conseguenze sono, ancora una volta, le donne.








