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I problemi dell’inserimento lavorativo

A partire dal percorso del progetto SWEETIE e dalle raccomandazioni emerse dal nostro lavoro sul territorio, in questo blog, la giornalista Annalisa Camilli fa il punto sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne rifugiate ucraine in Italia.  

Attraverso dati ed esperienze, il racconto mette in luce gli ostacoli all’inclusione e le condizioni necessarie per costruire percorsi di lavoro e autonomia. 


Alle 21.47 il telefono di Nadiya vibra nella tasca. È appena tornata dal lavoro e nella chat WhatsApp che riunisce quasi cinquecento donne ucraine ci sono già decine di messaggi. Cercano case, si scambiano informazioni sui documenti, segnalano un corso di italiano, un posto di lavoro. Ma soprattutto si avvertono quando qualcosa non torna: un annuncio sospetto, un datore di lavoro insistente, una proposta che sembra un impiego e poi cambia natura. 

La chat, quattro anni dopo l’inizio della guerra, è una rete informale di protezione per le rifugiate ucraine in Italia. Perché il problema per la maggior parte di loro non è soltanto trovare un lavoro, ma trovarne uno che gli permetta di vivere senza perdere per strada quello che erano prima della guerra: studi, competenze, autonomia, percorsi professionali. 

Nel 2024 il tasso di occupazione delle donne ucraine in Italia era del 58,8 per cento, molto più alto di quello medio delle donne provenienti da paesi non comunitari, fermo al 46,5 per cento. E il 77,2 per cento delle nuove assunzioni di cittadini ucraini riguardava donne. Secondo i dati del ministero del lavoro l’inserimento nel mercato del lavoro di queste donne in fuga dalla guerra è stato rapido. Ma i problemi sono in ogni caso numerosi. 

Un sondaggio dell’Osservatorio Balcani e Caucaso mostra che il 53,4 per cento delle rifugiate ucraine ha avuto difficoltà a trovare un impiego stabile, mentre il 71,2 per cento ha incontrato ostacoli burocratici e linguistici. Molte avevano titoli di studio e qualifiche professionali, ma farli riconoscere in Italia si è rivelato complicato. Così una parte è finita nei settori che più facilmente assorbono manodopera straniera femminile: lavoro domestico, assistenza alla persona, ristorazione, agricoltura stagionale. 

È il fenomeno della dequalificazione occupazionale: avere un lavoro, ma molto al di sotto delle proprie competenze. È uno dei nodi emersi anche dal progetto SWEETIE di ActionAid, che ha lavorato con donne e giovani ucraini in diversi territori italiani. Nel confronto con i Centri per l’impiego è emerso come il mancato riconoscimento dei titoli conseguiti nei paesi d’origine possa spingere persone con qualifiche elevate ed esperienze consolidate verso occupazioni che non hanno quasi nulla a che vedere con il loro percorso. Anche quando il riconoscimento è possibile, spiegano le operatrici, le procedure possono essere lunghe e difficili da comprendere. 

Il problema non è quindi soltanto amministrativo. Nel tempo necessario per ottenere un documento, una traduzione o una certificazione bisogna vivere, pagare un affitto, mantenere i figli. La scelta diventa spesso obbligata: accettare il primo lavoro disponibile oppure aspettare, senza reddito, che una qualifica venga riconosciuta. Il rischio è dovere ripartire da una posizione più bassa, frequentare corsi che non servirebbero o accettare impieghi non in linea con l’esperienza accumulata. 

Donne ucraine in una stanza da letto con bambini minori
REUTERS/Maxim Zmeyev

A questa difficoltà si aggiungono quelle legate alla lingua, alla cura dei figli e all’accesso ai servizi. Il progetto SWEETIE ha insistito sulla necessità di costruire percorsi di orientamento che non considerino la persona soltanto come qualcuno che deve imparare l’italiano o trovare rapidamente un impiego, ma che ne ricostruiscano la storia, gli studi, le esperienze e i desideri. A Napoli, per esempio, l’esperienza sviluppata con il CPIA Napoli Città 1 ha adottato un approccio biografico-narrativo per fare emergere competenze che rischierebbero di rimanere invisibili nei percorsi di apprendimento standard. 

È una questione particolarmente importante per le donne, perché il mercato del lavoro nel quale entrano è già fortemente segnato dalla segregazione di genere. Le ucraine sono state rapidamente indirizzate verso lavori considerati tradizionalmente femminili, spesso caratterizzati da bassi salari e scarse tutele. E la vulnerabilità può diventare anche un terreno per molestie e sfruttamento. 

Grazia Moschetti di ActionAid racconta di numerose segnalazioni di molestie sul lavoro e nello spazio pubblico di cui sono state vittime le donne ucraine, proprio mentre cercavano lavoro o erano sul posto di lavoro. Donne giovani, straniere, spesso sole e con figli, sono state raggiunte da proposte che cominciavano come offerte di lavoro e finivano con richieste personali o sessuali. Una donna qualificata e con due lauree racconta di essere stata derisa dai colleghi, di avere ricevuto commenti sul proprio corpo e battute sul fatto che fosse venuta in Italia «per trovare un marito». Anche a causa di queste molestie si è dimessa e ha ricominciato da un’altra parte con contratti brevi e lavori di pulizia. 

Una donna uncraina tiene in braccio il suo bambino
REUTERS/Kai Pfaffenbach

Il paradosso è evidente: le donne ucraine hanno mostrato una capacità spiccata di entrare nel mercato del lavoro italiano, ma il mercato non ha saputo accogliere le loro competenze. 

Per questo tra le raccomandazioni emerse dal progetto SWEETIE c’è l’idea di rendere più semplici e uniformi le procedure per il riconoscimento dei titoli di studio e, soprattutto, di creare percorsi intermedi tra le competenze possedute e il lavoro. Valutazioni iniziali delle capacità, corsi specialistici gratuiti, tirocini, strumenti per validare anche le competenze maturate fuori dai percorsi formali. L’obiettivo è evitare che la migrazione produca una frattura definitiva tra un prima e un dopo nella vita professionale di una persona. 

Per le ucraine il tempo dell’emergenza è finito. La protezione temporanea europea è stata prorogata fino al 4 marzo 2027, ma i sostegni economici erogati all’inizio della guerra nel 2022 non ci sono più. Nel frattempo, molte donne sono rimaste in Italia, hanno trovato una casa, imparato la lingua, mandato i figli a scuola e cominciato a lavorare. La domanda ora è se potranno anche tornare a essere quello che erano: infermiere, insegnanti, professioniste, studentesse, imprenditrici. O se la guerra, oltre ad averle costrette a lasciare il proprio paese, finirà per cancellare anche per costringere a sacrificare una parte delle competenze della loro vita di prima. 


Leggi di più sul progetto SWEETIE  

Il progetto SWEETIE è realizzato da ActionAid Italia, capofila del progetto, insieme a KMOP – Social Action and Innovation Centre e Polish Migration Forum. È co-finanziato dall’Unione Europea – European Social Fund Agency, Social Innovation Initiative.  Le opinioni e i punti di vista espressi sono tuttavia esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione europea o dell’Agenzia del Fondo Sociale Europeo. Né l’Unione europea né l’Autorità finanziatrice possono essere ritenute responsabili per tali contenuti. 

Photocredit Camilli: Chiara Stampacchia 
Annalisa Camilli
Giornalista