Sedici anni dopo il terremoto è tempo di riparare
Il 12 gennaio 2010 segna una frattura profonda nella storia di Haiti. In pochi secondi, un terremoto devastante ha causato centinaia di migliaia di vittime, distrutto famiglie e quartieri interi e trasformato in modo irreversibile il Paese.
A sedici anni di distanza, il dolore resta vivo e il lutto non può dirsi concluso. Ma la memoria, per quanto necessaria, non può essere un fine in sé.
Il terremoto non ha colpito solo infrastrutture e abitazioni. Ha messo brutalmente in luce fragilità strutturali preesistenti: disuguaglianze profonde, povertà cronica, servizi pubblici assenti o insufficienti e l’esclusione sistematica delle persone più vulnerabili. Il 12 gennaio non ha creato queste ingiustizie: le ha rese visibili.
Commemorare questa data significa quindi assumersi una responsabilità chiara: trasformare la memoria in impegno e azione.
Il ruolo centrale delle donne nella risposta all’emergenza
Nelle ore e nei giorni successivi al sisma, mentre lo Stato haitiano era in gran parte sopraffatto, la sopravvivenza delle comunità è dipesa dalla solidarietà locale, spesso guidata dalle donne. Le organizzazioni femminili e femministe sono state tra le prime a organizzare gli aiuti, coordinare risposte comunitarie e mantenere il tessuto sociale in un contesto di caos assoluto.
Reti come Solidarité des Femmes Haïtiennes (SOFA), Kay Fanm e molte altre organizzazioni di donne hanno coordinato la raccolta e la distribuzione di cibo, vestiti e medicinali. Hanno inoltre preparato e distribuito kit igienici pensati per i bisogni specifici di donne e ragazze, includendo aspetti legati alla salute riproduttiva, troppo spesso ignorati nelle risposte umanitarie d’emergenza. Parallelamente, hanno promosso gruppi di protezione per aumentare la sicurezza nelle aree colpite e nei campi per gli sfollati.
Anche noi siamo intervenuti a loro sostegno, essendo presenti sull’isola dal 1997. Purtroppo il terremoto del 2010 non è stato l’unico, e anche nel 2021 nuove scosse hanno causato vittime e danni e la popolazione ha avuto nuovamente bisogno di interventi umanitari.

Violenza di genere e risposta femminista
Nei campi di accoglienza, le condizioni di estrema precarietà hanno rapidamente esposto donne e ragazze a un drammatico aumento della violenza sessuale.
La correlazione tra catastrofi umanitarie e aumento della violenza sulle donne è purtroppo nota. Avevamo approfondito il tema proprio in relazione al caso di Haiti in questo articolo firmato da Ottavia Spaggiari.
Di fronte a questa realtà, le femministe haitiane hanno scelto di non restare in silenzio.
Sono stati creati spazi di ascolto e supporto psicosociale per le donne che avevano subito violenza, documentati i casi per allertare le autorità e la comunità internazionale e promosse misure concrete di sicurezza, come una migliore illuminazione e pattugliamenti regolari nei siti di accoglienza temporanea.
Questo lavoro è proseguito nonostante perdite enormi. Il movimento femminista haitiano è stato profondamente colpito dalla morte di figure simbolo come Myriam Merlet, Magalie Marcelin e Anne-Marie Coriolan. Tuttavia, lungi dal crollare, il movimento ha continuato a portare avanti una visione di ricostruzione integrale: non solo materiale, ma anche sociale, economica e politica.
Donne escluse dai processi decisionali
Nonostante il ruolo essenziale svolto, le donne e le organizzazioni comunitarie sono state troppo spesso marginalizzate nei processi decisionali post-terremoto. Questo ha favorito modelli di aiuto calati dall’alto, poco radicati nelle realtà locali e insufficientemente attenti ai diritti umani e all’uguaglianza di genere. A peggiorare la situazione ci si è messo anche il fenomeno del landgrabbing, che ad Haiti ha avuto una sua dura rappresentazione, con intere comunità che hanno perso accesso alle terre necessarie per produrre il proprio cibo (puoi approfondire in questo articolo dove nel 2017 parlavamo di una situazione complessa e dell’intervento a supporto della comunità locale).
Sedici anni dopo, mentre Haiti affronta una crisi multidimensionale – socio-politica, economica e umanitaria – la domanda resta urgente: abbiamo davvero imparato la lezione del 12 gennaio 2010?
Le crisi non sono inevitabili
Le crisi che oggi colpiscono Haiti non sono inevitabili. Sono il risultato di scelte politiche, economiche e sociali. E ciò che è stato costruito dagli esseri umani può essere trasformato.
Questo significa mettere i diritti umani al centro di ogni risposta, sia umanitaria che di sviluppo. Significa riconoscere le donne non come semplici beneficiarie, ma come protagoniste della resilienza e del cambiamento. Significa anche investire in modo duraturo nelle comunità, rafforzando agricoltura locale, protezione sociale e accesso ad acqua, salute ed educazione, invece di moltiplicare interventi di breve periodo privi di una visione a lungo termine.

Una responsabilità condivisa
Ricordare il 12 gennaio implica una responsabilità collettiva:
- dello Stato haitiano, chiamato a garantire i diritti fondamentali e ricostruire la fiducia;
- dei partner internazionali, che devono allineare il proprio sostegno alle priorità definite localmente, con coerenza e trasparenza;
- della società civile, che continua, nonostante i rischi, a difendere la dignità umana.
La memoria del 12 gennaio non deve restare imprigionata nel dolore. Deve diventare una forza per chiedere di più: più giustizia, più equità, più rispetto dei diritti, più riconoscimento del ruolo delle donne che hanno tenuto insieme il Paese nei momenti più bui.
Onorare le vittime del terremoto, sedici anni dopo, significa rifiutare l’ingiustizia come eredità. Significa scegliere un Haiti in cui la dignità non è negoziabile, in cui le donne occupano il posto centrale che hanno sempre avuto nella realtà, e in cui ricordare significa davvero riparare.
Ricordare non basta. È tempo di riparare.