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Cosa significa essere donne in Africa? Quattro storie di privazione

Bizunesh, Pamela, Everlyne, Almaz: le loro storie raccontano vite fatte solo di privazioni e umiliazioni.

Privazione. Una parola semplice. Ma pesante come queste quattro storie rigorosamente vere. Storie che raccontano una situazione ben precisa: cosa significa davvero essere donne in Africa.

1. Bizunesh

Se nasci a Wartu-Sefera, in Etiopia, non ci sono molte speranze di avere una vita da adolescente normale. Bizunesh ha sedici anni. Di mattina, come prima cosa deve dare una mano a casa. Fa colazione quando, con un po’ di fortuna, riescono a procurarsi del cibo. Poi dovrebbe andare a scuola. Invece Bizunesh deve camminare per chilometri e chilometri prima di arrivare alla prima fonte d’acqua sicura nelle vicinanze del suo villaggio. E tornare indietro, sempre a piedi. Come conseguenza, fa sempre tardi a scuola. Presto smetterà del tutto di andarci.

2. Pamela

La violenza sulle donne nel mondo assume diverse forme. Le mutilazioni genitali femminili sono una delle peggiori. Questo lo sa fin troppo bene Pamela, una donna che vive in Kenya, uno dei Paesi dove il problema si manifesta nella sua forma più grave. Sposata a 13 anni con un uomo molto più grande di lei, un giorno la rapì. La tenne chiusa per un’intera settimana in una baracca. Poi Pamela subì le mutilazioni genitali. Le complicanze e il dolore durante il parto furono spaventosi. Oggi Pamela non vuole più avere altri figli.

3. Everlyne

Anche lei vive in Kenya. Quando aveva appena quattordici anni, i suoi genitori la tolsero dalla scuola perché non avevano abbastanza soldi per pagarle la retta, i libri e tutto l’occorrente. Ma non bastava ancora, perché a causa della povertà estrema non avevano abbastanza da mangiare per tutti. I genitori di Everlyne presero quindi una decisione: la ragazza si sarebbe sposata nonostante fosse tanto giovane, così ci sarebbe stata una bocca in meno da sfamare. Per darla in moglie, la ragazza avrebbe dovuto subire le mutilazioni genitali.

4. Almaz

Nata in Etiopia, Almaz Dilgeba ha capito fin da giovanissima che questo non è un Paese dove le donne potessero avere una vita dignitosa. Ha trentadue anni e sette figli. Lavora da sempre come contadina. Come se non bastasse la terra arida e difficile da coltivare, Almaz deve fare ogni giorno i conti con la discriminazione. Perché in Etiopia solo gli uomini hanno diritto di lavorare, di gestire il denaro, di possedere la terra. Le donne sono solo degli oggetti. A loro spettano unicamente i compiti più degradanti. E umilianti.

Di cosa parlano, in sostanza, queste quattro storie di donne nate in Africa? Si ritorna alla parola dalla quale siamo partiti: privazione. Bizunesh, Pamela, Everlyne e Almaz non hanno diritto a niente. Spesso, non hanno diritti nemmeno sul loro corpo. Bizunesh, Pamela, Everlyne e Almaz sono state aiutate e adesso le loro vite sono cambiate.

Ma quante altre donne al mondo non hanno avuto la stessa fortuna?