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Viaggio in Rwanda Iniziano i lavori

Tutti abbiamo immaginato come sarebbe stato, ma finché non sprofondi nella realtà rwandese non capisci che certe codizioni esistono davvero.

(Testo e immagini di Michela Chimenti, sostenitrice di ActionAid e giornalista freelance).


Gisagara, nella parte a sud del Rwanda, è una prova per tutti: noi italiani a spostare mattoni e terra per costruire un nuovo centro per l'infanzia e loro, i rwandesi, a chiedersi se davvero abbiamo fatto tutta quella strada per farlo.

L’istinto del gruppo, una volta scesi dalle auto, è quello di rimboccarsi le maniche, senza soffermarsi troppo sui dettagli circostanti e lavorare. Tutti abbiamo immaginato come sarebbe stato, ma finché non sprofondi nella realtà rwandese non capisci che quelle persone, quei posti, quella condizione umana esistono davvero. Ne incroci lo sguardo e puoi sentirne l’odore. Non smetteremo mai di chiederci il perché dell'entusiasmo dei bambini che si scaraventano fin sulla strada per salutarci; l’intensità di una riunione di tutta la comunità seduta fra gli alberi ad ascoltare i dettagli del progetto del nuovo centro; l’autenticità di rapporti nati senza bisogno di una lingua comune. È tutto già sentito e già raccontato, ma finché non lo vivi, non ne cogli l'unicità.

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I giorni trascorrono pieni e veloci: al mattino al lavoro fra i mattoni, nel pomeriggio, dopo il solito acquazzone (fra ottobre e novembre inizia la stagione delle piogge) si vanno a visitare i progetti locali, cooperative spesso portate avanti da giovani e donne, di un’età tale per cui sai che nel 1994 – anno del genocidio – loro c’erano e, se sono abbastanza fortunati, erano troppo piccoli per ricordarselo. Tutti gli altri sono, in un modo o nell’altro, sopravvissuti.

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La cooperativa Abacyeye, in particolare, credo rappresenti al meglio lo spirito di un Paese che oggi fa dell’unità nazionale un sincero manifesto della propria voglia di cambiare e lasciarsi il passato recente alle spalle. Ci accolgono ballando e cantando sotto la pioggia in un piccolo spiazzo che si affaccia su una vallata di un verde immenso. Karwera, la presidentessa, ha 50 anni. Ci sediamo in cerchio, lei è in piedi con in mano alcuni appunti del suo discorso. È tesa e orgogliosa. Abacyeye è una banca dei semi ed è stata fondata da alcune vedove del genocidio. Solo in un secondo momento ha aperto la partecipazione anche agli uomini (oggi sei su trentasei membri). Karwera ci parla della cooperativa e, indicandoci la stalla con quattro posti per gli animali, ci dice che hanno acquistato due mucche che forniscono il latte sia ai bambini della cooperativa che a tutto il villaggio. Una è morta e non hanno possibilità di rimpiazzarla nell’immediato. Una donna si alza e ci racconta che il marito la picchiava e che la cooperativa l’ha aiutata a superare questo momento. Le donne hanno parlato con lui e, attraverso il lavoro a Abacyeye, i rapporti fra loro sono migliorati. Le violenze sono finite e il marito adesso copre i suoi turni al lavoro quando lei deve occuparsi dei figli.

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Un uomo prende la parola: “sono uscito dal carcere e non sapevo dove andare, cosa fare. La cooperativa mi ha accolto e aiutato”. Il pensiero va alla sua età e al motivo per cui fosse in carcere. Non ci si può non domandare: se ci sono vittime, ci sono anche i carnefici. L’incontro finisce. Con orgoglio mostrano il piccolo magazzino in cui vengono custoditi i semi. Ricomincia a piovere. Dobbiamo risalire una stradina sterrata per arrivare alle auto. Faccio un poco di fatica, ma una mano prende la mia e mi aiuta ad arrivare alla strada. È quella dell’uomo che ha parlato prima, quello che era in carcere per fatti legati al genocidio. Ci scambiamo uno sguardo, lui è in imbarazzo, io anche. Lo guardo, guardo le nostre mani, e poi sorrido.

Il Rwanda sta già cambiando la sua storia anche attraverso queste persone.

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Le parole di Karwera non cadono però nel vuoto: nel viaggio di ritorno e nei giorni successivi, non facciamo altro che parlare della mucca morta che vorremmo rimpiazzare quanto prima. Parliamo tra di noi, entusiasti, galvanizzati dalla spinta di un semplice gesto collettivo; poi parliamo con ActionAid, e capiamo che le cose non sono così semplici. In tutta ingenuità, ci domandiamo perché se quei soldi li abbiamo in tasca (400 dollari) non possiamo donarli e basta. “Il primo istinto è la cosa più semplice da seguire, ma è il gesto che di fatto ha meno effetti positivi di lungo periodo – ci spiega Viviana di ActionAid - innanzitutto, perché non possiamo verificare che utilizzo verrà fatto di quei soldi”. Continua: “Mettere mano al portafoglio è un gesto che fa bene a noi, ma non ha tutta questa importanza nel lungo periodo per le persone che lo ricevono. Il coinvolgimento della comunità è fondamentale e le persone stesse a cui arriva questo aiuto devono essere pronte a riceverlo e a farne buon uso".

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“Ci si affida a un’organizzazione proprio per questo: dare un aiuto immediato sapendo che può portare ad ulteriori sviluppi futuri. L’aiuto dato attraverso ActionAid non si ferma al momento della donazione in sé, ma continua nel tempo”.

Capiamo l’errore. Razionalizziamo. Sappiamo che ha ragione ActionAid e che, nonostante le tempistiche, le cose vanno fatte in un altro modo. È stata una lezione per ognuno di noi e speriamo di non dimenticarla troppo in fretta, con tutta la fatica che ha comportato accettare la bontà della scelta meno facile.