Dalle devastanti alluvioni al crollo dei ghiacciai himalayani
Il Nepal affronta le conseguenze di eventi estremi che minacciano vite, territori e comunità, mentre le risorse per la ricostruzione restano insufficienti
Domenica 11 ottobre la storia è sembrata ripetersi con una inquietante periodicità, quando il fiume Budhi Gandaki si è gonfiato all’improvviso nel distretto di Gorkha, nel Nepal centrale. Una frana «asciutta», caduta senza che piovesse, aveva sbarrato il fiume. Quando quella diga improvvisata e naturale ha ceduto, l’acqua ha portato via circa 45 case e ha danneggiato quattro ponti e tre impianti idroelettrici. Ci sono almeno 5 morti e 50 dispersi.
Il Budhi Gandaki è un affluente del Trishuli, lo stesso fiume lungo cui, meno di due mesi prima, era passata l’onda partita dal Langtang Lirung, che aveva causato migliaia di morti e dispersi. Di entrambi gli eventi a noi restano le immagini: l’onda nera, l’acqua carica di fango e detriti che travolge gli argini e le case vicino l’alveo fluviale di ottobre, e quelle ancora più drammatiche del 26 agosto, riprese delle telecamere di sorveglianza al confine tra Cina e Nepal, che riprendono le persone correre disperate in cerca di riparo poco prima l’onda travolga la barriera che ospita i posti di blocco e separa i due stati.

Le conseguenze sulle comunità e sui servizi essenziali
Secondo l’autorità nepalese per la gestione dei disastri, le persone colpite in modo diretto o indiretto sono circa 1,6 milioni. Le case distrutte sono circa 8.300; nei 37 centri di accoglienza allestiti tra Nuwakot, Rasuwa e Dhading sono arrivate a vivere fino a 4.500 persone. Nei primi giorni le richieste erano le più elementari: riso e lenticchie, acqua potabile, tende e batterie solari per illuminare una stanza e ricaricare il telefono.
Quello che le persone in attesa al valico non potevano sapere era che, quella stessa mattina, alle 8:37 ora nepalese, una placca di roccia e ghiaccio si era staccata dalla parete nord del Langtang Lirung, a circa 5.150 metri, ed era precipitata per circa 1.400 metri, innescando una reazione a catena. Nella caduta l’attrito ha sciolto parte del ghiaccio e a fondovalle la massa ha trascinato con sé sassi, sedimenti e altro ghiaccio sepolto. Secondo diverse analisi è probabile che avesse anche sbarrato per breve tempo il torrente Lhende Khola, come una diga di frana che ha ceduto quasi subito dando origine a una colata di acqua, detriti e massi che in sette minuti ha percorso 22 chilometri, a 188 chilometri orari di media, e in meno di sette ore era arrivata a Devghat, a 200 chilometri, lasciando dietro di sé un corridoio 30,5 milioni di metri cubi di sedimenti.
La colata ha spazzato via il posto di frontiera con il Tibet e poi Timure e Syabrubesi. A metà settembre i morti accertati erano circa 1.450 tra Nepal e Tibet e i dispersi più di 6.600: pellegrini diretti al Kailash, commercianti, escursionisti, centinaia di stranieri e oltre 900 lavoratori delle centrali idroelettriche. Il 5 ottobre il governo ha sospeso le ricerche.

Anche i servizi di base sono saltati. Sono state distrutte sette strutture sanitarie. Un tratto di 4,5 chilometri di acquedotto è stato spazzato via, lasciando senz’acqua 4.000 famiglie, e a Bidur cinque fonti d’acqua su quindici analizzate sono risultate contaminate dal batterio Escherichia coli. Le scuole distrutte sono 11 e quelle danneggiate 7, con oltre 9.000 studenti senza aule.
Il corridoio del Trishuli era una delle aree economicamente più vive del Paese, dove si concentrano idroelettrico, commercio, turismo e agricoltura. Circa 21.400 lavoratori vivono entro quattro chilometri dall’area allagata. In un’economia in gran parte informale, braccianti, lavoratori a giornata e piccole attività perdono il reddito appena tutto si ferma, senza alcuna protezione sociale.
Molte famiglie hanno perso chi portava il reddito, anziani e donne in età lavorativa si sono ritrovati capofamiglia mentre accudiscono parenti traumatizzati. Le donne e le ragazze colpite nei distretti di Rasuwa e Nuwakot sono stimate in 157.050. Nei cinque distretti colpiti circa una donna su tre non sa leggere, e questo rende più difficile informarsi e registrarsi per ricevere gli aiuti. In Nepal le donne svolgono inoltre gran parte del lavoro di cura non retribuito, e il carico aggiuntivo lascia loro meno tempo per guadagnare e ricostruire. C’è anche il rischio che, senza reddito e protezione sociale, alcune famiglie ricorrano ai matrimoni precoci delle figlie.
Il cambiamento climatico e il ritiro dei ghiacciai
Quanto alle cause del crollo, gli scienziati parlano di fattori che si sommano. C’è la geologia: una parete fratturata, forse indebolita dal sisma del 2015 di magnitudo 7.8, che sullo stesso massiccio aveva già staccato una valanga.; c’è il permafrost: il «collante» di ghiaccio nelle crepe: col caldo si scioglie, la roccia perde tenuta e l’acqua infiltrata ne aumenta la pressione; c’è il ghiacciaio sovrastante, in ritiro sempre più rapido: dallo 0,5% annuo dei due secoli precedenti all’1-2,3% degli ultimi sedici anni; e c’è il tempo atmosferico: un’estate più calda di circa 1,5 gradi per il riscaldamento di origine umana e, secondo uno studio non ancora rivisto da altri esperti, un periodo di caldo estremo con poca neve. Il World Weather Attribution, la rete internazionale di scienziati che valuta quanto il cambiamento climatico pesi sugli eventi estremi, precisa però di non aver verificato se il crollo sarebbe avvenuto senza riscaldamento.
Sta di fatto che, nei giorni precedenti il crollo, il versante era sottoposto a un caldo insolito: secondo una ricostruzione di Berkeley Earth, tra il 21 e il 26 agosto la temperatura media a circa 5.200 metri era di circa 5 gradi, cioè sopra lo zero a una quota in cui il ghiaccio dovrebbe restare saldo. Non è un caso isolato. Sopra i 4.000 metri la temperatura sale di circa 0,3 gradi per decennio, il triplo che a quote più basse. Il Centro internazionale per lo sviluppo integrato delle montagne (organismo intergovernativo degli otto Paesi dell’Hindu Kush-Himalaya) ha analizzato che i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya hanno perso massa il 65% più in fretta nel 2011-2020 rispetto al decennio precedente.
La crisi climatica minaccia interi territori
Il subcontinente indiano è una delle regioni più suscettibili ai cambiamenti climatici dell’intero pianeta. Nel 2022 le alluvioni in Pakistan hanno colpito 33 milioni di persone, circa un abitante su sette, con oltre 1.730 morti e danni e perdite per oltre 30 miliardi di dollari, secondo la Banca Mondiale. In India, a Chamoli nel 2021, il crollo di una massa di roccia e ghiaccio ha travolto due impianti idroelettrici causando 83 morti e 121 dispersi; nel Sikkim, nell’ottobre 2023, lo svuotamento improvviso di un lago glaciale ha distrutto la diga di Teesta III e causato almeno 92 morti. In Bangladesh è il mare ad avanzare, risalendo i fiumi: nel sud-ovest l’acqua salmastra arriva a circa 100 chilometri a nord di Khulna, e fra il 2000-2009 e il 2010-2018 il confine dell’acqua dolce si è ritirato di una distanza compresa tra gli 11- e i 28 chilometri.
È oramai evidente che non si tratta solo di questioni ambientali; ogni evento estremo porta con sé case, raccolti e lavori perduti. È l’abitabilità stessa dei territori ad essere minacciata innescando fenomeni migratori tanto tragici quanto taciuti. La Banca Mondiale stima che entro il 2050 il cambiamento climatico possa costringere 216 milioni di persone a spostarsi all’interno del proprio Paese, 40 milioni nell’Asia meridionale. Per il Bangladesh, ad esempio, si stima che fino 13,3 milioni di persone sono a rischio migrazione.
Il caos termodinamico si manifesta come eventi estremi impossibili da prevedere e prevenire, almeno a livello locale. Le amministrazioni locali non possono impedire le alluvioni o i distacchi di seracchi in alta quota, ma possono lavorare per mitigarne gli effetti. Allo stesso modo, lavorare dal basso in regioni che si trovano all’epicentro della crisi climatica vuol dire fare il possibile per garantire una vita dignitosa a chi rischia di perdere la casa, il lavoro o la terra stessa in cui vivere. Significa lavorare per la resilienza, questa parola che è andata a lungo di moda e che ora è scomparsa dal vocabolario, come se l’ambiente non presentasse il conto anche a noi con una periodicità allarmante.
I fondi insufficienti per affrontare la crisi climatica
Sul piano politico però si continuano a produrre strumenti azzoppati fin dalla loro nascita. Il caso più eclatante forse il fondo Loss and Damage che dovrebbe servire proprio a sostenere gli stati più colpiti dal climate change nelle loro opere di adattamento e resilienza.
Ma a fronte di circa 790 milioni di dollari promessi, ne è arrivata nelle casse meno della metà. I contributi restano volontari, e i Paesi ricchi hanno ottenuto che nessun versamento possa essere letto come un risarcimento o un’ammissione di responsabilità.
Il Nepal ha chiesto al fondo 20 milioni di dollari, e una risposta dovrebbe arrivare a dicembre. Basta un confronto per misurarne la portata: le prime stime governative quantificano in circa 2,7 miliardi di dollari le perdite dirette causate dal crollo del Langtang Lirung, e fino a 5 miliardi il costo della ricostruzione. La cifra richiesta ne copre meno dell’1%. E la ricostruzione, senza fondi a dono, rischia di passare per nuovi prestiti
Altro debito sulle spalle di un Paese che ha contribuito pochissimo alla crisi.
