Ma a Gjader e Shëngjin regnano incertezza assoluta e opacità radicale
Visita di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione e dell’on. Rachele Scarpa presso il centro di Gjader
Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’on. Rachele Scarpa hanno effettuato un’ispezione a Gjader in Albania, a due giorni dall’entrata in vigore del Patto Europeo Migrazioni e Asilo. Nonostante oggi alla Camera dei Deputati la Presidente Meloni abbia continuato a rivendicare l’efficacia del “modello Albania”, dall’ispezione emergono una grande incertezza sul futuro delle strutture e forti dubbi di incompatibilità del modello in atto con l’impianto delle nuove regole, oltre alle già certificate violazioni dei diritti fondamentali. Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”.
I numeri sono autoevidenti. Nell’ultimo anno, attraverso numerose ispezioni, abbiamo monitorato il funzionamento e i flussi all’interno dei centri: dopo i tre tentativi falliti di deportazione di richiedenti asilo prelevati in acque internazionali, avvenuti tra ottobre 2024 e gennaio 2025, da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare di fatto come un CPR italiano, con la differenza che è portato continuamente a svuotarsi per mancata convalida dei trattenimenti. Possiamo certificare che da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo 2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un trasferimento più massiccio. Le presenze oggi sono circa 70, contando anche le 10 persone di cui la delegazione in ispezione ha avuto modo di osservare l’ingresso in struttura. In totale, dalla conversione del centro in CPR, sono state trasferite coattivamente in Albania circa 620 persone.
A fronte degli ingenti investimenti economici e politici sostenuti dall’esecutivo, i rimpatri effettivamente eseguiti si attestano intorno a novanta; inoltre, come previsto dalla normativa, i rimpatri si possono effettuare esclusivamente dall’Italia, per cui le persone prima di essere rimpatriate nel loro paese sono state ritrasferite sul territorio nazionale, determinando costi aggiuntivi. La percentuale di persone rimpatriate dopo essere sottoposte a questi inutili trasferimenti si conferma attorno a una percentuale del 15%. Si tratta di numeri peraltro molto inferiori alla media dei rimpatri effettuati da CPR in Italia, che si attesta attorno al 40% delle persone trattenute, come emerso dall’ultimo rapporto del TAI.
Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche come CPR esternalizzato, a maggior ragione a fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano, che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza. Il continuo trasferimento coatto di persone da e verso l’Albania si è dimostrato del tutto disfunzionale rispetto all’obiettivo dichiarato dall’esecutivo, mentre costituisce un ulteriore aggravamento per le persone trasferite e trattenute, spesso in condizioni di vulnerabilità come esito del sistema di detenzione amministrativa. I centri in Albania dunque, lungi dal rappresentare un modello funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate, trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo democratico.
La situazione appare oggi ancora più grave alla luce dell’entrata in vigore, il 12 giugno, del Patto europeo su migrazione e asilo. A poche ore da una scadenza che segna una trasformazione rilevante dell’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjader e sull’eventuale ruolo che il Governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo europeo. Le diverse prospettive sollevano in ogni caso rilevanti questioni di legittimità giuridica.
Nel frattempo continuano a pendere davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) giudizi destinati a incidere in maniera decisiva sulla compatibilità del modello Albania con il diritto europeo. Il parere reso oggi dall’Avvocatura Generale della CGUE afferma che il protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare o alterare le garanzie procedurali minime previste dal diritto UE, in particolare con riferimento al diritto di difesa, al rispetto della vita privata e familiare e all’immediata liberazione al termine del trattenimento, non contenendo garanzie sufficientemente chiare e precise per assicurare la tutela di tali diritti fondamentali. Un parere che conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano a caratterizzare il progetto.
Per queste ragioni continuiamo a chiedere piena trasparenza sulle attività svolte nei centri in Albania, accesso alle informazioni, pubblicazione dei dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa, opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non soltanto sulle persone direttamente coinvolte ma sull’intero sistema delle garanzie democratiche.
Per il Tavolo Asilo e Immigrazione: ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, Emergency, Europasilo, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM
On. Rachele Scarpa
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