Il contesto dietro le storie individuali
“La mia infanzia è stata rubata quando sono stata violentata da mio zio paterno. Avevo sei anni.”
Doreen inizia così il suo racconto. Di fronte a lei è seduta Francesca, in una stanza del centro antiviolenza di Kampala. Un tavolo le separa, intorno poche sedie, una luce chiara che entra dalla finestra.
Doreen parla con calma, come se quella storia l’avesse già raccontata molte volte. Racconta gli abusi, le minacce, il silenzio che le è stato imposto per anni. Ogni tanto distoglie lo sguardo, poi lo rialza e continua. Non si interrompe mai.
Per capire davvero la storia di Doreen, bisogna uscire da quella stanza a Kampala, lasciare il centro antiviolenza, e provare a leggere il contesto più ampio in cui la sua storia prende forma.
L’Uganda è un Paese giovane, non solo per età anagrafica della popolazione – oltre il 70% ha meno di trent’anni – ma anche per la sua storia politica. L’indipendenza dal Regno Unito arriva nel 1962, ma non coincide con una stabilità duratura. Nei decenni successivi il Paese attraversa colpi di stato, regimi autoritari, violenze diffuse. Il nome più noto è quello di Idi Amin, dittatore salito al potere nel 1971, ricordato per una repressione brutale e per politiche che hanno lasciato ferite profonde nella società.
Dopo la sua caduta, l’Uganda continua a essere attraversata da tensioni e conflitti, fino all’ascesa di Yoweri Museveni, presidente dal 1986. Quarant’anni di potere e le prime elezioni che si tengono solo quarant’anni dopo la sua ascesa al governo del paese, il 16 gennaio del 2026.
Questa storia recente si intreccia con un’altra eredità, più lunga e meno visibile: quella coloniale. I confini dell’Uganda, come quelli di molti Paesi africani, sono il risultato di decisioni prese altrove, che hanno unito gruppi etnici diversi dentro uno stesso Stato. Decine di etnie e comunità differenti convivono oggi nel Paese, con lingue, tradizioni e sistemi sociali differenti.
È in questo mosaico che si costruiscono anche le relazioni di potere e, tra queste, quelle di genere.
Secondo molti studi, il colonialismo non ha solo ridisegnato i confini, ma ha anche irrigidito i ruoli sociali, trasformando equilibri più fluidi in gerarchie nette.
Prima, in molte comunità, questi ruoli erano più interdipendenti: uomini e donne contribuivano in modo diverso, ma complementare, alla vita collettiva. Con l’arrivo degli europei, questa relazione si irrigidisce. La società viene riorganizzata secondo una logica più netta: agli uomini lo spazio produttivo e pubblico, il lavoro retribuito, le relazioni economiche; alle donne quello domestico, la cura, le attività non pagate.
Questa separazione attribuisce valore diverso ai ruoli di ognuno: ciò che avviene fuori casa, legato al reddito e alla circolazione delle risorse, acquisisce più peso. Chi ha accesso a quel mondo costruisce reti, accumula informazioni, prende decisioni. Chi ne resta fuori, progressivamente, perde margine.
È così che si struttura una gerarchia che, ancora oggi, continua a riflettersi nelle possibilità concrete di accesso alle risorse, all’istruzione, alla capacità di scegliere del proprio corpo e del proprio futuro.
Se la storia di Doreen smette di essere un caso isolato, è perché si inserisce in un quadro più ampio, fatto di pratiche, aspettative, rapporti di potere che attraversano la vita quotidiana.

I dati aiutano a mettere a fuoco questo quadro. In Uganda, il 54% delle donne sposate ha subito violenza fisica, sessuale o psicologica dal partner. Il 44% delle donne dichiara di aver subito violenza fisica almeno una volta nella vita, il 17% violenza sessuale.
Al centro antiviolenza di Kapchorwa, nell’est del Paese, arrivano ogni giorno donne e ragazze. Alcune dopo anni, altre dopo una notte. Janet racconta di quando il marito l’ha inseguita con una mazza e lei si è salvata salendo su un albero. Prima di arrivare qui dormiva fuori casa, con le figlie, perché erano tutte femmine. E quindi, per lui, un fallimento.

Poi ci sono le traiettorie che iniziano molto prima. In Uganda circa una donna su tre si sposa prima dei 18 anni. Janet si è sposata a diciassette anni, e quando ne parla non usa parole eccezionali. Lo racconta come un passaggio atteso, quasi inevitabile. Ma significa uscire dalla scuola, entrare in una relazione in cui il margine di scelta è ridotto, dipendere da qualcun altro per il proprio sostentamento.
E poi c’è il “taglio”. Le mutilazioni genitali femminili. I dati ufficiali indicano una diffusione limitata, intorno allo 0,2% , ma nelle aree al confine con il Kenya continuano a emergere storie di donne che ne portano i segni. Nella piccola struttura per i parti accanto al centro antiviolenza, l’ostetrica Juliet racconta che alcune pazienti arrivano già “tagliate”. E che questo cambia tutto: il dolore, i tempi, i rischi .
Sono esperienze diverse che rientrano nello stesso spazio sociale, fatto di relazioni familiari, norme condivise, condizioni materiali. Uno spazio in cui le decisioni sul corpo, sul matrimonio, sulla maternità non sono mai solo individuali.

È qui che si inserisce il lavoro delle operatrici e delle reti locali. Nei centri, nelle scuole, nei villaggi.
Nel 2024 più di 3,4 milioni di donne e giovani sono state raggiunte da programmi di prevenzione e protezione legati alla violenza di genere e alle pratiche dannose . E più di mille leader comunitari sono stati coinvolti in percorsi di confronto e cambiamento .
Ascolta il podcast “Una per tutte. Storia di una lotta al patriarcato”
Un viaggio tra i centri antiviolenza in Uganda nel nuovo podcast Chora Media per ActionAid.
