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Chi subisce di più la crisi climatica riceve meno aiuti per affrontarla

Qual è il nesso tra la finanza e la crisi climatica? È da questa domanda che nasce nel 2023 la campagna globale #fundourfuture con cui noi di ActionAid abbiamo ricostruito come le banche, tra il 2016 e il 2022, hanno investito nei combustibili fossili una cifra importante: 3.2 trilioni di dollari USA. Altri 370 miliardi sono stati destinati a forme di agricoltura industriale dannosa nei Paesi del Sud del mondo.

E le banche non sono state le sole.

I Governi hanno erogato ogni anno oltre 1,5 trilioni di dollari USA in sussidi alle aziende responsabili di tali danni.

Estrazione di fossili e agroindustria sono i principali responsabili della crisi climatica. Nonostante gli impegni internazionali, i Governi, Italia inclusa, continuano a utilizzare risorse per finanziare le cause della crisi climatica piuttosto che le soluzioni.

Ma la finanza alimenta la crisi climatica anche in un altro modo: attraverso il debito.

Nell’ultimo report della serie “How the finance flows”, emerge chiaramente il nesso tra il debito e la crisi climatica.

Il debito alimenta la crisi climatica | ActionaAid

Mettendo a confronto debito e vulnerabilità climatica, l’analisi evidenzia un legame molto netto: i Paesi più esposti alla crisi climatica e ai suoi effetti più estremi sono spesso anche quelli con meno risorse per affrontarla.

Intervenire sul debito potrebbe rappresentare una delle soluzioni climatiche più efficaci – e realizzabili – a nostra disposizione.

La crisi globale del debito ha effetti più acuti nei Paesi dove i disastri climatici si verificano con frequenza e intensità crescenti. Il Malawi ha contratto prestiti per centinaia di milioni di dollari a seguito di una serie di cicloni. Nel 2026 il 70% del bilancio annuale sarà destinato al rimborso del debito. Lo Zambia destina oltre il 60% del bilancio pubblico per ripagare il debito, ma non riesce a trovare le risorse per affrontare la grave siccità causata dal fenomeno conosciuto come “Super El Niño”.

A debiti già esistenti si aggiunge il fatto che i costi ingenti della ripresa e la mancanza di finanziamenti climatici sotto forma di sovvenzioni sufficienti a renderla possibile costringono i Governi a ricorrere a prestiti di emergenza. Dando vita così ad un circolo vizioso.

La crisi del debito può addirittura accelerare la crisi climatica. I Governi dei Paesi indebitati sono sotto pressione per procurarsi valuta estera con cui ripagare i propri prestiti e per molti, l’unico modo realistico per farlo nell’attuale economia globale è espandere la produzione e l’esportazione di combustibili fossili e di materie prime dell’agricoltura industriale, proprio le due principali cause della crisi climatica.

Alcuni Paesi arrivano persino a contrarre ulteriori prestiti per mettere a punto le infrastrutture necessarie per i combustibili fossili o l’agricoltura industriale, nella speranza che ciò porti, in ultima analisi, a maggiori entrate di moneta forte. Spesso oltre alla beffa di un debito che si somma a quello già esistente ed al peggioramento delle condizioni ambientali e dei diritti a livello nazionale, come emerso da numerose investigazioni tanto in Nigeria che Mozambico, si aggiunge il rischio di ritrovarsi con infrastrutture rapidamente obsolete (c.d stranded assets).

Il mancato rispetto, da parte dei Paesi del Nord globale, degli impegni assunti nell’ambito della Convenzione ONU sul clima rende tutto più paradossale. Due terzi delle risorse della c.d. finanza climatica vengono infatti erogati sotto forma di prestiti o di altri strumenti che generano debito, spesso a tassi di interesse commerciali, anziché come contributi a fondo perduto. 

Tanzania. Una signora guarda verso l'obiettivo con aria triste, si trova in mezzo a un deserto di sabbia dove prima c'erano le sue coltivazioni.
Lombardelli/ActionAid –

Negli ultimi quattro anni l’Italia ha compiuto un sostanzioso passo indietro nella lotta alla crisi climatica.

Alla COP26 del 2021 a Glasgow, l’Italia si era impegnata a porre fine ai sostegni pubblici diretti ai combustibili fossili. Tuttavia, all’inizio del 2024 non aveva mantenuto l’impegno, diventando il principale finanziatore pubblico europeo del settore. E noi di ActionAid ne avevamo chiesto conto.

Il Piano Mattei accentua il passo indietro sulle politiche climatiche, destinando parte dei quattro miliardi del Fondo Italiano per il Clima, nato per contrastare la crisi climatica, ad altri obiettivi, come il “Rome Process Mattei Plan Financing Facility”, che impiega decine di milioni per finanziare il discutibile approccio sulle “cause profonde delle migrazioni”, destinando fondi, nella maggior parte dei casi, all’esternalizzazione delle frontiere per contrastare la migrazione

La seconda ragione è che il Piano Mattei finanzia in gran parte i rapporti con l’Africa attraverso crediti. Nel 2025 il Governo ha annunciato la conversione del debito per 269 milioni in 10 anni; tuttavia, in poco più di un anno, il Comitato Tecnico che controlla il FIC ha deliberato 1,2 miliardi.

La mancanza di trasparenza che caratterizza il Piano Mattei non permette di comprendere a fondo i dettagli dell’iniziativa di conversione del debito (quali Paesi? Debito convertito in quali iniziative? etc.) né tantomeno entrare nel dettaglio delle risorse deliberate.

Quello che però sappiamo del Piano Mattei è che 11 dei suoi 18 Paesi prioritari sono considerati fortemente indebitati e ben nove rientrano tra i Paesi meno sviluppati.

Abbiamo presentato queste considerazioni nel corso dell’audizione parlamentare alla quale siamo stati invitati.

Oggi, come ieri, riteniamo che il Piano Mattei sia un’iniziativa che, dietro la retorica di un partenariato paritario, nasconde l’obiettivo di estrarre risorse dall’Africa e di favorire il ruolo dell’Italia e delle sue aziende strategiche nella competizione per il loro controllo.

Spezzare questo circolo vizioso richiede tre scelte politiche precise:

  1. Riduzione e cancellazione del debito
  2. contributo alla riforma dell’architettura globale del debito
  3. analisi di qualsiasi rischio di possibili impatti negativi derivanti dall’emissione di nuovi crediti nei confronti di Paesi già altamente indebitati.

A queste si aggiunge la più importante e che riguarda tutti noi: garantire che i finanziamenti erogati verso il Sud del mondo siano pubblici e soprattutto assumano la forma di sovvenzioni e non di prestiti.

Un ghiacciaio che si scioglie o una foresta tropicale che brucia sono effetti della crisi climatica che riguardano tutti e tutte noi. Non solo chi vive nei Paesi dove questi fenomeno hanno luogo. Rendere ai Paesi maggiormente esposti agli effetti estremi del cambiamento climatico impossibile investire per adottare misure di mitigazione o adattamento non solo significa perpetrare nell’ingiustizia ma esporre tutti noi.


Per chi desiderasse approfondire, riportiamo qui alcune fonti utilizzate per questo blog in aggiunta ai nostri precedenti report e studi:

Sito web della Farnesina

Report di Oil Change International Clean Energy Transition Partnership

Report Debt Fuels The Climate Crisis: How the Finance Flows

Estratto in Italiano del Report How the fincance Flows

Photocredit: Lombardelli/ActionAid – ActionAid Nepal
Cristiano Maugeri
Programme Developer - Area Diseguaglianze globali

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