Nessuna ingiustizia diventi normale solo perché dura da troppo tempo
Eurovision è il grande concorso musicale che ogni anno porta sullo stesso palco Paesi, lingue, culture e pubblici diversi. Per molte persone è una festa pop: canzoni, luci, performance, voti in diretta, commenti con gli amici.
Eurovision è davvero un bel nome, ci hai mai pensato? Dentro c’è una visione dell’Europa. Ma quale? Un’Europa che dice di celebrare i diritti, o un’Europa capace di difenderli anche quando è più scomodo farlo? Un’Europa che parla di pace, libertà e convivenza, o un’Europa che resta in silenzio davanti alla sofferenza delle persone palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania occupata, mentre alle grandi manifestazioni culturali e sportive continua a prendere parte uno Stato colpevole di genocidio?
Per noi di ActionAid, questa è la domanda da cui partire. Non perché Eurovision sia il centro della questione. Il centro sono le vite, i diritti, la libertà, la dignità e il futuro del popolo palestinese.
La Palestina non è lontana
Il rischio più grande, oggi, è abituarci e che il genocidio a Gaza diventi rumore di fondo. Che la distruzione, la fame, gli sfollamenti, la morte di donne, uomini, bambine e bambini e la negazione dei diritti vengano percepiti come una condizione permanente, quasi inevitabile. Ma nessuna ingiustizia diventa normale solo perché dura da troppo tempo. Chiamarla per nome è il primo modo per non accettarla.
La Palestina non è una crisi lontana, né una tragedia che riguarda solo chi la vive sulla propria pelle. Parla anche di noi: dei diritti che diciamo di difendere, delle regole internazionali che dovrebbero valere per tutte e tutti, dell’idea di giustizia che vogliamo costruire.

Il nostro intervento sul campo
Come ActionAid, siamo presenti nei Territori Palestinesi Occupati dal 2007 lavoriamo insieme a partner locali, organizzazioni principalmente guidate da donne e giovani, per rispondere ai bisogni immediati e rafforzare la capacità delle comunità di resistere, organizzarsi e immaginare futuro.
La situazione attuale è terribile. 2.1 milioni di persone restano confinate in meno di metà della striscia di Gaza: per comprendere la densità abitativa basti pensare che il comune di Roma – con una popolazione di circa 2,75 milioni – ha una superficie grande quasi tre volte la striscia.
Alloggi di fortuna, sovraffollamento, difficoltà di accesso all’acqua pulita hanno portato alla diffusione di roditori e parassiti, che sono presenti in oltre l’80% dei campi degli sfollati, contribuendo al diffondersi di malattie e contaminando il cibo, già scarso (fonte UN OCHA). Il World Food Programme ha infatti confermato che a sei mesi dalla dichiarazione di cessate il fuoco, la carestia è ancora conclamata: una famiglia su cinque consuma un solo pasto al giorno.
Gli interventi umanitari sono quindi indispensabili per la sopravvivenza della popolazione.
A Gaza e in Cisgiordania distribuiamo beni essenziali come cibo, acqua, vestiario, materiali isolanti per le tende, kit igienici e materiali sanitari; promuoviamo spazi sicuri per donne e bambini, forniamo assistenza psicologica, assicuriamo protezione dalla violenza di genere e sosteniamo programmi di rafforzamento delle organizzazioni locali.
Il lavoro di risposta all’emergenza che portiamo avanti insieme ai nostri partner locali è radicato nelle comunità, con l’obiettivo di tutelarne la dignità e i diritti e potenziarne la resilienza in un contesto ogni giorno sempre più difficile.
Questo è il cuore del nostro intervento: non sostituirci alle comunità, ma stare al loro fianco
Le organizzazioni guidate da donne, in particolare, sono in prima linea nella risposta umanitaria e nella costruzione di soluzioni radicate nei bisogni reali delle comunità.
Sostenerle significa riconoscere le donne come leader, protagoniste dei processi decisionali e attivatrici di cambiamento, non solo come beneficiarie di aiuti.
È un caposaldo dei nostri interventi nei contesti di emergenza, perché è davanti ai nostri occhi e confermato dai dati come l’inclusione delle donne potenzi la capacità delle comunità di rispondere alle sfide più complesse.
Ma l’aiuto umanitario, da solo, non basta. Per questo il nostro lavoro tiene insieme risposta alle emergenze, tutela dei diritti, advocacy e partecipazione. La solidarietà non deve essere solo un gesto privato: può diventare pressione politica.

“La solidarietà delle persone che non vivono in Palestina è importante!
Non tanto come atto di compassione, ma perché per noi è una presenza, un segnale che non siamo sole e soli”
Wisal, sfollata da Rafah a Khan Younis.
Anche quando si parla di cessate il fuoco, la realtà vissuta dalle persone palestinesi continua a raccontare altro: insicurezza, violenze, restrizioni, sfollamenti, difficoltà di accesso ad aiuti, cibo, acqua e cure. Come possiamo chiamarla una tregua, se non cambia concretamente la vita delle persone? Non possiamo fermarci alle parole, dobbiamo guardare ai fatti, ascoltare chi vive sul campo e continuare a chiedere protezione, diritti e responsabilità.
Cosa chiediamo ai governi:
Riconoscere la Palestina come Stato sovrano non è solo un gesto simbolico, è una responsabilità legale e morale per chi dice di difendere giustizia, uguaglianza e pace. Sostenere l’autodeterminazione palestinese, riconoscere lo Stato di Palestina entro i confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale, fermare le pratiche che perpetuano occupazione, annessione delle terre e sfollamento forzato, e usare ogni leva diplomatica, politica, legale ed economica per garantire responsabilità rispetto alle violazioni del diritto internazionale, compresa la sospensione degli accordi commerciali con Israele da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri.
Quello che accade in Palestina, è importante ricordarcelo, non è isolato dal resto della regione. Nel più ampio contesto mediorientale vediamo agire le stesse logiche: militarizzazione, diseguaglianze profonde, repressione delle comunità più vulnerabili, doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale, impunità. É ancora più urgente una risposta capace di tenere insieme aiuto umanitario, protezione, giustizia e pressione politica.
In tutta Europa, negli ultimi anni, migliaia di persone si sono mobilitate per la Palestina. L’abbiamo visto e fatto accadere anche in Italia, più di recente con le tantissime mobilitazioni in favore della Global Sumud Flotilla. Migliaia hanno manifestato nelle piazze, organizzato incontri, scritto ai propri rappresentanti politici, sostenuto campagne, creato spazi di discussione, rotto il silenzio nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nelle famiglie, online.
La nostra iniziativa europea parte proprio da qui, dalla consapevolezza che esiste una grande mobilitazione diffusa, ma anche una stanchezza profonda. Dopo anni di immagini insopportabili e risposte politiche insufficienti, molte persone si chiedono: “Serve davvero a qualcosa?”

La risposta è sì. Serve
Serve perché ogni parola rompe l’isolamento. Serve perché ce lo chiedono tante persone come Wisal in tutte le comunità in cui siamo presenti. Serve perché ogni azione ricorda alle e ai palestinesi che siamo al loro fianco. Serve perché la pressione pubblica cambia il contesto su cui le istituzioni prendono decisioni.
Il nostro voto va a…
In questo scenario si inserisce anche Eurovision. Un grande momento culturale europeo, un evento che già nel nome ha un’ambizione. Un evento che parla di appartenenza, voce, rappresentanza. E proprio per questo può diventare anche uno spazio di domanda, la stessa da cui siamo partiti: che idea di Europa vogliamo?
Un’Europa che celebra i diritti ma resta in silenzio davanti alle loro violazioni più orribili? Un’Europa che parla di pace ma non applica gli stessi principi a tutte le persone? Un’Europa che guarda altrove o che è capace di ascoltare, prendere posizione e agire?
“Il nostro voto va a…” diventa un linguaggio semplice per dire che il nostro sostegno va ai diritti umani, alla dignità, alla responsabilità, al rispetto del diritto internazionale. Non serve sapere tutto per iniziare a fare qualcosa. Non serve avere le parole perfette per aprire una conversazione. Non serve essere attiviste e attivisti da sempre per scegliere di non restare fermi. Possiamo iniziare da una domanda posta a voce alta, un contenuto condiviso con responsabilità, una firma, una donazione, un incontro, una conversazione con chi ci sta vicino. Possiamo informarci meglio. Possiamo ascoltare le voci palestinesi. Possiamo sostenere chi lavora sul campo. Possiamo chiedere ai governi europei coerenza con il diritto internazionale.
Il cambiamento non arriva tutto insieme. Non è immediato, non è lineare, non è garantito. Ma la storia ci insegna che quando individui e comunità rifiutano di normalizzare l’ingiustizia, qualcosa si muove. La pressione cresce. Le istituzioni devono rispondere. Le parole diventano spazio pubblico. Lo spazio pubblico diventa scelta politica.
Non rassegniamoci. Ogni voce conta
Fare sentire la nostra voce conta, anche se non siamo sotto i riflettori.
A Gaza e in Cisgiordania, le persone continuano a chiedere futuro. In Europa, noi possiamo scegliere se ascoltare. Possiamo scegliere se restare spettatori o diventare parte di una pressione collettiva. Possiamo scegliere se lasciare che la stanchezza che proviamo davanti alle crisi internazionali diventi silenzio o trasformarla in cura, presenza e azione.