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Lo sconfinamento umanitario della Sea-Watch 3

 La qualità della democrazia può passare anche per azioni di disobbedienza civile non violenta.

La vicenda della Sea-Watch 3

Le vicende che accompagnano i 42 cittadini stranieri bloccati da 15 giorni a bordo la nave della Sea-Watch 3 sono rappresentative delle tensioni che attraversano in questa fase storica il nostro paese. 42 persone, reduci dalla detenzione in Libia e sottoposte a varie forme di violenza e privazione, sono state a lungo confinate a due passi dalle acque territoriali italiane. Il comportamento ostile messo in scena dal governo appare mai come in questa fase articolato e organizzato.

Dispositivi di tipo giuridico – si pensi al cd. decreto sicurezza bis – politico, comunicativo sono stati progettati e dispiegati per impedire lo sbarco delle persone salvate in mare. Con il caso Sea-Watch 3 la potenza e la pericolosità delle azioni intraprese dal governo sono oltremodo evidenti.

L’accanimento non può essere letto con categorie che hanno a che fare con meri numeri. Appare quasi superfluo sottolineare che di per sé l’arrivo di 42 persone non rappresenta affatto – da nessun punto di vista – un problema.

Viceversa, l’avversità del governo deve essere interpretata attraverso altre lenti. Le frenetiche attività messe in campo dal Ministero dell’Interno, infatti, si iscrivono in un percorso di medio lungo periodo di ostilità nei confronti delle ONG e del movimento dei migranti la cui forma definitiva, peraltro, appare ancora incerta.

Le recenti novità normative – a cominciare dalle disposizioni finalizzate a colpire con elevatissime sanzioni amministrative le imbarcazioni che effettuano salvataggi in mare – hanno finito per determinare un contesto nel quale ogni spazio di manovra fosse precluso alle ONG. La successiva decisione della Corte Edu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), che non ha disposto lo sbarco dei migranti in Italia, ha contribuito a restituire l’idea che le sedi ufficiali nelle quali rivendicare il rispetto dei diritti fossero, in questa specifica circostanza, distanti e sorde.

Che fare davanti ad uno scenario di questo tipo?

Quali risposte dare qui e ora alle 42 persone che necessitano di assistenza immediata e, accanto ad essa, del riconoscimento dei diritti codificati? Immaginiamo che gli interrogativi, i dubbi e i timori che hanno accompagnato per 15 giorni l’equipaggio della Sea Watch 3 siano stati numerosi e profondi.

La scelta di accedere alle acque territoriali nonostante i divieti delle autorità appare, alla luce degli elementi dati e dello scenario configurato, un’opzione obbligata. Non era più eticamente e politicamente accettabile continuare a non dare risposte alle domande di tutela – materiale e giuridica – formulate, anche attraverso drammatici appelli pubblici, dai 42 cittadini stranieri.

Si tratta di un lieto fine?

È difficile sostenerlo, allo stato attuale. Non sappiamo, infatti, in quali procedure giuridiche saranno incanalati i 42 cittadini stranieri e, nel corso del tempo, abbiamo imparato che gli hotspot – i luoghi in cui vengono condotte le persone subito dopo lo sbarco – sono delle zone grigie del diritto, caratterizzate da prassi poco visibili e diffuse contrazioni dei diritti. Anche per ciò che riguarda il destino della nave Sea-Watch 3, lo scenario che si apre davanti è tutt’altro che semplice.

Preoccupa, da questa prospettiva, sia la possibilità che i responsabili della nave vengano colpiti da iniqua e controintuitiva sanzione, sia che il Mediterraneo centrale possa trovarsi nuovamente privo delle fondamentali operazioni di salvataggio in mare.

Accanto alla preoccupazione per il contesto che abbiamo davanti e ai timori per i destini delle persone salvate in mare e per la nave di Sea-Watch, ci sono altre sensazioni che ci accompagnano in queste ore. “Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So che cosa rischio: le denunce e il sequestro. Ma i 42 naufraghi che ho a bordo sono allo stremo”: le parole e le azioni di Carola Rackete, giovane capitana della nave, ci emozionano e riempiono di speranza. L’instabile Europa, attraversata da venti tetri e passioni tristi, ha bisogno di gesti significativi e volti coraggiosi.

Il 1º dicembre 1955, a Montgomery, Rosa Parks violò la legge sedendosi in un posto riservato ai bianchi in un autobus. Sbagliò? No, non crediamo proprio. Lo fece per lei e per i diritti di milioni di donne in tutto il mondo.

Allo stesso modo, nelle scelte effettuate dall’equipaggio della Sea-Watch 3, nella tenacia dei 42 migranti e nella rete di supporto che in queste ore si sta mobilitando in tutta Italia a sostegno dei naufraghi e della ONG, osserviamo la traccia di un’Europa diversa, aperta e solidale. I gesti di disobbedienza civile accolgono una naturale comprensione, in questa specifica fase storica; le istanze di uguaglianza e solidarietà possono finalmente uscire dall’angolo in cui sono state confinate e presentarsi al centro del dibattito pubblico.

Photocredit: Alessandro Serranò

Pubblicato il 27 giugno