Intervista a Ilyas, figlio del dottor Safiya detenuto dalle forze israeliane dal 2024
Immagina di essere a lavoro e arrivano le forze armate e ti arrestano senza accuse formali per chiuderti in una cella di un metro per un metro.
Sembra l’inizio di un incubo, ma è quello che è accaduto davvero a Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza il 27 dicembre 2024.
“Israele non ha formalizzato accuse, perché evidentemente non ci sono basi concrete per poterlo fare. Purtroppo Israele non ha bisogno di fornire prove a sostegno delle tesi che ha avanzato. Al momento oltre 372 operatori e operatrici sanitari di Gaza sono in regime detentivo in carceri israeliane. Tra loro ci sono quindici medici sottoposti a torture e trattamenti inumani”, a raccontarci la storia del dottor Abu Safiya è il figlio Ilyas.
Premio Gianni Rufini 2026
Ilyas è riuscito a venire in Italia per far conoscere la vicenda del padre e ritirare a suo nome il Premio Gianni Rufini 2026, consegnato il 15 ottobre 2026 all’Università Roma Tre nell’evento che abbiamo organizzato con Amnesty International, Oxfam, Medici senza Frontiere e Lettera22. Un premio che nasce per riconoscere e celebrare il lavoro di chi si spende quotidianamente a favore della dignità delle persone, dei diritti umani e della solidarietà, anche quando il contesto è complesso.
Il lavoro umanitario del Dottor Abu Safiya e la situazione umanitaria a Gaza
Ilyas è fortemente convinto dell’innocenza del padre, per il quale prova un profondo orgoglio e rispetto per il lavoro che ha portato avanti finché ha potuto in una situazione a dir poco sfidante. A Gaza infatti le strutture sanitarie sono oramai al collasso, manca la strumentazione più basilare ed è diventato molto difficile trovare anche farmaci essenziali e di uso comune.
“Israele ha preso di mira in particolare il personale sanitario con maggiore esperienza alle spalle e un lavoro rilevante in corso, così come ha preso di mira gli ospedali senza mai fornire prove tangibili sui pericoli che quelle strutture rappresentavano.”
L’attacco agli ospedali è uno degli aspetti che ha destato maggiore preoccupazione negli ultimi tre anni di conflitto e più volte anche noi di ActionAid abbiamo ricordato a tutte le parti che la protezione di strutture sanitarie, scuole, infrastrutture pubbliche, rifugi e luoghi prettamente civili debbano essere protetti dai combattimenti e non presi deliberatamente di mira come stabilisce il diritto internazionale umanitario.
La detenzione amministrativa e la vita in carcere
Ilyas ha lavorato a fianco del padre in ospedale e dalla fine del 2024 cerca informazioni e chiede la sua scarcerazione, un lavoro costante che non ha mai interrotto.
“Più di recente siamo arrivati al punto di non chiedere neanche più la scarcerazione, ma che vengano almeno formalizzate le accuse e portato davanti a un tribunale e riuscire a farsi dire perché sta venendo sottoposto a torture. L’unica colpa che ha avuto è stata quella di portare avanti il proprio lavoro, di aver curato bambini a Gaza.”
Quella a cui è sottoposto il dottor Abu Safiya è chiamata detenzione amministrativa, su cui le forze israeliane non forniscono prove e informazioni, detenendo molti palestinesi in modo arbitrario e non permettendo quindi di potersi difendere.
“Mio padre è rinchiuso in una cella senza materasso e senza bagno. Si trova al terzo piano sottoterra della prigione, in totale isolamento. Gli viene consentito di lavarsi molto velocemente solo una volta al mese. È solitamente ammanettato mani e piedi. Lui e altri detenuti subiscono dei trattamenti che reputerei vergognosi anche se vi fossero sottoposti degli animali.”
Ilyas spiega anche che a suo avviso è palese non ci fossero precedenti per il padre e che si tratta di una detenzione arbitraria, in quanto aveva ricevuto proprio dalle autorità israeliane il “security clearance” ovvero il nulla osta di sicurezza necessario per poter lavorare.
L’appello a tutte e tutti
“Sono un normale palestinese di Gaza che come tutti gli altri prova a non perdere la propria umanità nonostante tutto ciò a cui si è stati sottoposti. La perdita di mio fratello, l’assenza di mio padre, ciò che ho visto, le scene che ho vissuto. Ho lavorato all’ospedale in pieno genocidio. È difficile mantenere la propria umanità. Ho lavorato nel reparto che si occupa di riconsegnare i resti dei palestinesi uccisi, frammenti di corpi e di resti, per dargli la possibilità di riuscire a dare una sepoltura.
Una voce da sola probabilmente non riesce a ottenere risultati. Ma pian piano aumentando il numero di voci qualcosa possiamo fare. Non ci riusciremo in pochi giorni. Difficilmente si può cambiare il mondo in poco tempo. Ma se non ci mobilitiamo e non iniziamo a lavorare non si può aspirare al cambiamento. Un fronte su cui lavorare è quello dell’appoggio umanitario a Gaza, i progetti di assistenza, perché possono contribuire a salvare una vita in più, dare una speranza a una persona in più. Alzando le nostre voci c’è la speranza che si riesca a influire sulla posizione delle istituzioni internazionali affinché Gaza possa sperare in una vita sicura e tranquilla. Il mio sogno è vedere gli abitanti poter dormire la notte senza il timore di subire bombardamenti.”
Dobbiamo intervenire subito!