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Il cessate il fuoco non è reale: attacchi, sfollamenti e aiuti bloccati

A tre anni dall’inizio degli attacchi dell’esercito israeliano, Gaza resta dentro una crisi umanitaria catastrofica. Le vittime degli ultimi tre anni sono oltre 74.000 persone. E il cessate il fuoco concordato un anno fa non ha fermato la violenza: da allora quasi 1.400 palestinesi sono stati uccisi secondo i dati resi pubblici delle Nazioni Unite.

Per chi vive nella Striscia, la quotidianità continua a essere segnata da sfollamenti, scarsità di cibo e acqua, mancanza di medicinali e ripari adeguati.

L’82% delle strutture è stato distrutto o danneggiato e il 94% della popolazione ha urgente bisogno di sostegno per trovare un riparo. Con l’inverno alle porte, centinaia di migliaia di persone vivono ancora in tende o sistemazioni di fortuna.

«Quello che viene definito un cessate il fuoco, in realtà, non è un cessate il fuoco. Gaza ha bisogno di più della semplice sopravvivenza. Ha bisogno di sicurezza. Ha bisogno di ripresa. Ha bisogno di ricostruzione e giustizia», spiega Mohammed Salha, direttore del Palestinian NGOs Network, nostro partner a Gaza.

“Vogliamo che i bombardamenti cessino davvero, che le famiglie possano andare a dormire sapendo che, al risveglio, i loro figli saranno ancora lì”, afferma Fatima, parte dello staff del Social Development Forum di Gaza, un altra associazione locale con cui interveniamo.

Le conseguenze della crisi colpiscono in modo particolarmente grave donne e ragazze.

E’ purtroppo un fenomeno che si ripete in ogni crisi umanitaria: il contesto di instabilità e precarietà amplifica i rischi di violenza e abusi.

Anche i rischi legati alla salute sessuale e riproduttiva sono gravi. Affrontare in serenità e sicurezza una gravidanza diventa impossibile, per le condizioni in cui le persone sono costrette a vivere e dato che i servizi di assistenza sanitaria sono fortemente compromessi.

Medici e associazioni locali testimoniano infatti un significativo aumento del numero di donne in cerca di assistenza ostetrica e ginecologica per aborti spontanei, emorragie, ipertensione e anemia grave, solo per elencare alcuni dei problemi più frequenti. Problemi strettamente connessi alle condizioni umanitarie estremamente critiche.

Il tutto in un contesto dove è molto difficile trovare farmaci essenziali e le strutture sanitarie patiscono una grave caranza di strumentazioni per TAC, radiografie, monitor per i parametri vitali e molti altri esami spesso indispensabili.

Noi di ActionAid continuiamo a lavorare a Gaza insieme alle organizzazioni partner locali, comprese quelle per i diritti delle donne. Distribuiamo cibo, acqua e kit igienici e sosteniamo servizi di protezione, supporto psicosociale, spazi sicuri per donne e ragazze e attività economiche guidate dalle donne.

Le organizzazioni palestinesi sono al centro della risposta, pur vivendo le stesse condizioni estreme delle comunità che sostengono. Per noi è essenziale che abbiano un ruolo centrale anche nella ripresa e nella ricostruzione, insieme alle donne e alle nuove generazioni.

Continuiamo a chiedere un cessate il fuoco reale e permanente, la fine dell’occupazione illegale israeliana e la revoca delle restrizioni all’ingresso degli aiuti, perché cibo, carburante, medicinali e materiali indispensabili alla ricostruzione possano entrare senza ostacoli e su vasta scala.

«Il mondo non deve normalizzare ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania», afferma Riham Jafari, coordinatrice Advocacy e Comunicazione di ActionAid Palestina. Chiediamo piena responsabilità per le violazioni del diritto internazionale umanitario e giustizia per le atrocità commesse.

Perché a Gaza non basta sopravvivere: servono sicurezza, diritti e la possibilità concreta di ricostruire il futuro.

Photocredit: Mahmoud Issa/Reuters

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