Un evento estremo che mostra il prezzo di politiche di adattamento rimandate
Il Ciclone Harry, la tempesta che ha devastato il meridione
Tra il 19 e il 20 gennaio il “ciclone Harry”, una tempesta extratropicale, ha colpito violentemente Sardegna, Calabria e Sicilia stravolgendo la vita delle persone che vivono in questi territori. Case distrutte, attività economiche devastate e chilometri di lungo mare erosi o inghiottiti dalle onde: le prime stime ci parlano di due miliardi di euro di danni, di cui un miliardo in Sicilia e l’altro distribuito tra la Sardegna e la Calabria.
Ancora una volta, mentre viene dichiarato l’ennesimo stato di emergenza, il nostro Paese mostra le proprie fragilità di fronte agli eventi estremi. Le persone colpite entrano in una fase delicata, chiamate a fronteggiare i danni materiali e le conseguenze sociali ed economiche di una crisi climatica sempre più intensa. Come accade dopo ogni disastro, ci si domanda se tutte e tutti saranno nella condizione di riprendere la propria vita e cosa si poteva fare per far sì che non accadesse tutto questo.
La mancanza di una regia nazionale sull’adattamento climatico
Il ciclone Harry non è un caso isolato.
Negli ultimi anni, con la campagna #Sicuriperdavvero, abbiamo lavorato al fianco delle comunità e ascoltato le storie delle persone che animano i territori colpiti da disastro. Solo negli ultimi anni abbiamo visto gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica come nel caso delle alluvioni che hanno colpito le Marche, l’Emilia-Romagna (per quattro volte in due anni) e più di recente la Lombardia. L’Italia, collocata in un’area riconosciuta come hot-spot climatico nel bacino del Mediterraneo, dovrebbe attrezzarsi per essere un paese resiliente, dotato di quegli strumenti capaci di ridurre i rischi e rispondere efficacemente agli shock degli eventi estremi. Eppure, la realtà racconta una storia diversa.
Soltanto nel dicembre 2023, otto anni dopo l’approvazione della Strategia nazionale, l’Italia si è dotata del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), uno strumento che dovrebbe orientare le politiche, dettando le misure pensate per compensare, prevenire, attutire o correggere gli impatti della crisi climatica. Tuttavia, il PNACC è stato per molto tempo inattuato e solo a dicembre 2025, a circa due anni dall’approvazione, è stato istituito l’Osservatorio Nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, l’organismo di governance che dovrebbe coordinare il percorso di adattamento, individuare le fonti di finanziamento e monitorare e aggiornare le misure.
Il ruolo delle regioni nell’adattamento climatico: il caso della Sicilia
Se da una parte è vero che il coordinamento a livello nazionale risulta ancora inefficace, dall’altra occorre ricordare il ruolo fondamentale che le regioni rivestono nella gestione del territorio. Nel caso della Sicilia, la regione ha intrapreso diverse iniziative per affrontare i cambiamenti climatici ma non ha ancora adottato una strategia o un piano di adattamento climatico completo e operativo. Nel 2023 la Giunta regionale ha approvato il programma di lavoro “Sicilia Climate Change 2023-2026″ che porterà all’elaborazione della futura strategia regionale di mitigazione e adattamento. Seppure rappresenti un importante segnale politico e istituzionale, la Sicilia è ancora in una fase preliminare in cui tutt’oggi è priva di una struttura in grado di coordinare, supportare gli enti locali e coinvolgere le persone nei processi decisionali in modo da preparare il territorio alle sfide che la crisi climatica rende sempre più pressanti.
L’adattamento ai cambiamenti climatici è un imperativo non più prorogabile
Il cambiamento climatico è una crisi sistemica che interseca dimensioni ecologiche, economiche, sociali e politiche. Riconoscerne la complessità, significa attribuire ruoli e responsabilità ma anche mettere in luce come le asimmetrie strutturali producano divari di capacità di risposta e di impatto, determinando il carattere profondamente diseguale della crisi climatica.
Pur essendo uno degli eventi estremi più intensi degli ultimi decenni, il ciclone Harry ci restituisce un’immagine già nota: nel nostro Paese la riflessione sulla gestione del territorio e sull’adattamento avviene troppo spesso solo dopo il disastro. Questo approccio emergenziale non è neutro. Rimandare la prevenzione e la preparazione significa accettare che le condizioni di vulnerabilità si approfondiscano nel tempo e che alcune comunità restino strutturalmente più esposte di altre. In assenza di politiche di adattamento efficaci ed inclusive, ogni evento estremo rischia di essere l’ennesima occasione mancata, compromettendo la capacità di risposta e condannando interi territori ad una condizione di vulnerabilità permanente. E’ quello che affrontiamo da anni con la campagna #Sicuriperdavvero che ci ha permesso, lavorando con esperti e comunità, di elaborare anche le “Linee Guida per una politica nazionale sulla prevenzione e le ricostruzioni”.
In questa delicata fase che si apre, esprimiamo la nostra solidarietà alle persone colpite dalla tempesta consapevoli che non tutte vivranno la stessa ricostruzione. Mentre le comunità, le imprese e i Governi locali chiedono attenzione, risorse e tempi rapidi per la ricostruzione, come ActionAid riteniamo urgente avviare una riflessione profonda sulla prevenzione e la preparazione a questi eventi climatici mettendo al centro comunità e persone in condizioni di vulnerabilità.
Per approfondire
Se vuoi approfondire alcuni dei temi emersi in questo blogpost trovi maggiori dettagli nella ricerca“Coinvolgimento delle comunità in condizioni di fragilità e marginalità nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico”, promossa nell’ambito del progetto “Inclusion for a fair transition” grazie al finanziamento di European Climate Foundation.