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Essere madre a Gaza, senza sicurezza né cure 

Raneen era incinta quando la sua vita è stata travolta dalla guerra. Ha perso la casa e uno dei figli. Suo marito si è ammalato e, in una Gaza dove anche raggiungere un centro medico era diventato quasi impossibile, non ha potuto ricevere le cure di cui aveva bisogno. 

Nei primi mesi di gravidanza ha sofferto di malnutrizione, anemia e altre complicazioni dovute alla mancanza di cibo, vitamine, minerali e assistenza sanitaria. 

“La nostra sofferenza è stata immensa.” racconta “Mia figlia è nata in mezzo a questa tragedia.” 

La bambina di Raneen è nata in condizioni estremamente difficili, dopo dieci giorni di travaglio. Quando è arrivato il momento di partorire, la famiglia ha cercato un’auto, un’ambulanza, qualsiasi mezzo per raggiungere una struttura sanitaria. Ma non c’era nulla. 

“Abbiamo chiamato il servizio di ambulanze, che ci ha detto che si sarebbe attivato solo per persone ferite, non per una donna incinta. Così, quando è iniziato il travaglio e stava arrivando il momento di partorire, ho dovuto raggiungere l’ospedale più vicino con un carro. E il carro si muove molto lentamente.” 

Per Raneen, essere madre a Gaza significa cercare ogni giorno di garantire ai propri figli ciò che non dovrebbe mai mancare a bambine e bambini: cibo, latte, pannolini, vestiti e acqua pulita. A Khan Younis anche i beni più semplici sono difficili da trovare o impossibili da comprare perché troppo cari. 

Quando non riesce ad acquistare pannolini a sufficienza, Raneen cerca soluzioni di fortuna. “Inserisco assorbenti nei pannolini per farli durare più a lungo”, racconta, “e quando non ho nemmeno quelli, uso sacchetti di plastica e pezzi di stoffa”. Anche i vestiti per neonati vengono condivisi tra le madri nel campo, passando da un bambino all’altro appena diventano troppo piccoli. 

Raneen racconta che il cessate il fuoco esiste solo a parole e la vita delle persone non è cambiata.  Per molte famiglie, ogni giorno continua a essere una lotta per sopravvivere. 

“Non è cambiato nulla. Il modo in cui viviamo è ancora lo stesso, la nostra tragedia è la stessa.” e aggiunge: “Non abbiamo acqua, cibo, vestiti né medicinali”. 

Anche la vita nei ripari a Khan Younis resta durissima. Raneen racconta di tende consumate dal caldo, dal freddo, dal vento, dalla sabbia e dall’umidità, di vestiti logori e poche coperte per proteggere i bambini.  

“Di notte ho paura e resto sveglia a controllare mia figlia” racconta “perché ho paura possa morire di freddo, come tanti bambini qui nel campo” 

Per Raneen, futuro significa innanzitutto sicurezza: acqua pulita, cibo sicuro, vestiti puliti e una vita lontana dalla guerra. 

Il supporto ricevuto da Wefaq, nostro partner a Gaza, è stato un aiuto concreto in una quotidianità segnata dalla perdita, dalla paura e dalla precarietà. Ha ricevuto un materasso e beni di prima necessità, ma nella sua testimonianza sottolinea soprattutto l’importanza del supporto psicologico. 

Per una madre che ha perso la casa, un figlio, la sicurezza e l’accesso alle cure per la propria famiglia, essere ascoltata e sostenuta significa trovare uno spazio in cui riconoscere il dolore vissuto e provare a recuperare forza per continuare a prendersi cura dei propri figli. 

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Photocredit: Media Network/ActionAid 

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