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Serve più trasparenza e coordinamento 

Le mutilazioni genitali femminili non sono una pratica lontana, ma una realtà che riguarda anche il nostro Paese. Secondo le stime più aggiornate dell’Università di Milano-Bicocca, in Italia vivono quasi 90.000 donne e ragazze che hanno già subito una mutilazione genitale femminile. La pratica riguarda in particolare comunità originarie di Paesi in cui le MGF sono storicamente diffuse, come quelle egiziana, nigeriana ed etiope. A queste si aggiungono più di 16.000 bambine sotto i 15 anni potenzialmente esposte al rischio, una parte significativa delle quali è nata in Italia. 

Con il policy brief Mutilazioni genitali femminili. Dalla norma alla pratica”, che presenteremo pubblicamente il 6 febbraio alla Casa delle Donne di Milano in occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, abbiamo analizzato lo stato di attuazione della legge 7/2006, a vent’anni dalla sua approvazione. 

L’analisi restituisce un quadro frammentato, segnato da criticità strutturali, sprechi e mancanza di trasparenza.  

Negli ultimi anni al Dipartimento per le Pari Opportunità sono state assegnate risorse rilevanti per l’attuazione della legge, ma una parte consistente dei fondi — 9,1 milioni di euro su 14,6 complessivi — non risulta utilizzata. 

Parallelamente, il Ministero della Salute ha trasferito alle Regioni risorse destinate ad attività di prevenzione, formazione e assistenza, senza che siano disponibili informazioni complete sugli interventi effettivamente realizzati o sui risultati raggiunti. Questa assenza di rendicontazione pubblica rende difficile valutare l’efficacia delle politiche adottate e garantire una tutela uniforme delle donne e delle bambine su tutto il territorio nazionale. 

Numerose difficoltà emergono anche dal funzionamento del numero verde nazionale contro le mutilazioni genitali femminili (800.300558). Attivo dal 2009, in sedici anni ha registrato solo 228 chiamate, con un’assenza totale di contatti nel triennio 2017–2019 e appena 9 segnalazioni riconducibili a casi di MGF, a fronte di quasi 5 milioni di euro destinati al suo funzionamento. 

“In Italia la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e la protezione delle donne e delle bambine che le hanno subite non fanno ancora parte di un sistema strutturato e coordinato”, commenta Isabella Orfano, la nostra esperta di diritti delle donne  
“Gli interventi sono frammentati, le attività di prevenzione sporadiche e l’emersione dei casi avviene spesso in modo casuale, solo quando le donne entrano in contatto con i servizi per altri motivi, come una visita medica, un parto o una situazione di violenza domestica”. 

La situazione italiana riflette una dinamica che si riscontra anche a livello globale: in molti Paesi, pur in presenza di leggi che vietano le mutilazioni genitali femminili, l’assenza di politiche efficaci di prevenzione, protezione e cambiamento culturale ne limita l’applicazione.  

In questo contesto, mentre nel mondo oltre 230 milioni di ragazze e donne hanno già subito una mutilazione genitale femminile e circa 4 milioni rischiano ogni anno di esservi sottoposte prima dei 15 anni, il divario tra norma e pratica resta una delle principali criticità da affrontare. 


La testimonianza di Samuel Francis Ononge, ActionAid Uganda


In Italia lavoriamo dal 2016 sul tema delle mutilazioni genitali femminili e dei matrimoni forzati, in rete con istituzioni, servizi e comunità anche attraverso progetti cofinanziati come AfterChainJoin our CHAIN e Safe, oltre alla partecipazione alla rete europea End FGM-EU. 

È a partire da questo lavoro che continueremo a chiedere un cambio di passo nelle politiche pubbliche: più trasparenza sull’utilizzo dei fondi, una integrazione strutturale delle mutilazioni genitali femminili nel sistema nazionale di contrasto alla violenza di genere e il rafforzamento degli interventi di prevenzione comunitaria, soprattutto rivolti alle nuove generazioni. 

Photocredit: Roberta Gianfrancesco – Video: Angela Gennaro/ActionAid

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