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Dal Libano a Napoli oltre gli stereotipi 

Al Walid ha 21 anni, è rifugiato siriano ed è cresciuto in Libano, dove ha iniziato un percorso di studi nell’ambito del giornalismo e della produzione cinematografica. Durante gli anni universitari, insieme a un amico, inizia a riflettere sul ruolo dei media e sui discorsi d’odio, anche a partire dal suo vissuto personale. 

“Ci siamo accorti che i media libanesi proponevano una narrazione negativa sui rifugiati che non ci faceva sentire a nostro agio. Volevamo creare un’altra narrazione, che raccontasse davvero le persone e i loro bisogni e non le appiattisse a stereotipi”, racconta.  

Da questa esigenza è nata VAR, una piattaforma social costruita insieme da giovani rifugiati e giovani libanesi per usare storytelling e produzione video come strumenti di dialogo. Il nome richiamava la VAR del calcio: un modo per “rivedere” ciò che circola nell’ecosistema media e digitale, mettere in discussione stereotipi e discorsi d’odio e aprire uno spazio di discussione più autentico. 

“Le persone coinvolte arrivavano da comunità diverse, spesso caratterizzate da diffidenze reciproche”, spiega Al Walid “Ma nel confronto è nato il cambiamento. Attraverso le conversazioni e il lavoro comune, ragazze e ragazzi hanno iniziato a conoscersi oltre le categorie a cui erano stati abituati”. 

Questa esperienza è rimasta con lui. Gli ha insegnato che per cambiare una narrazione non basta produrre contenuti: bisogna prima creare relazioni, ascoltare, mettere in discussione anche i propri pregiudizi.  

Quando è arrivato in Italia attraverso i corridoi umanitari, Al Walid ha dovuto interrompere gli studi iniziati in Libano. Dopo alcuni mesi a Campobasso si è trasferito a Napoli, dove oggi studia Scienze politiche all’Università “L’Orientale”. 

Qui ha incontrato ActionAid e il progetto DIALECT4, che promuove percorsi di media literacy nelle scuole per sviluppare pensiero critico, riconoscere fake news, decostruire stereotipi e affrontare temi come hate speech, discriminazioni e diseguaglianze. 

Nel percorso di DIALECT, però, il lavoro educativo non passa solo dalle aule. Un ruolo importante è affidato anche al metodo football3, una metodologia che usa il calcio come spazio di relazione, ascolto e gestione dei conflitti.  

Per Al Walid, che in Libano aveva scelto di chiamare VAR la sua piattaforma, il legame con il calcio assume un significato particolare. Dal lavoro in classe al campo da gioco, il punto resta lo stesso: fermarsi a osservare, rileggere ciò che accade e provare a cambiare prospettiva. 

Al Walid, dunque, non diventa solo formatore, ma anche mediatore sul campo. Accompagna ragazze e ragazzi nel dialogo, li aiuta a trasformare il confronto in relazione e porta nel progetto il suo sguardo di persona che conosce il peso delle narrazioni, ma anche la possibilità di cambiarle. 

“Quando ho iniziato a lavorare con le ragazze e i ragazzi più piccoli, avevo paura di non essere abbastanza preparato, di non essere in grado di leggere il loro contesto”, racconta Al Walid. “Poi ho capito che avevamo molto di più in comune di quanto pensassi. Grazie a loro sono riuscito davvero a capire meglio Napoli. Passare del tempo con loro mi ha aiutato a sentirmi davvero parte della mia nuova città”. 

Nei laboratori e sul campo, a partire dalla sua esperienza, Al Walid ha portato alle ragazze e ai ragazzi strumenti per leggere in modo più consapevole ciò che vedono online e per riconoscere stereotipi, discriminazioni e discorsi d’odio anche nelle relazioni quotidiane. Ma, come spesso accade, lo scambio non è stato a senso unico. “Mi sono accorto che io stavo dando loro alcune informazioni, ma anche loro stavano dando qualcosa a me. È stata un’esperienza non solo di insegnamento ma anche di apprendimento”. 

Il percorso con DIALECT ha rafforzato in Al Walid una consapevolezza: comprendere il contesto in cui si vive è il primo passo per poter partecipare. Napoli, con le sue complessità e le sue diseguaglianze, non è solo la città in cui è arrivato, ma il luogo in cui oggi sente di poter costruire relazioni, riconoscere battaglie comuni e contribuire al cambiamento. 

Da qui nasce anche il suo avvicinamento alla Global Platform di ActionAid, lo spazio di partecipazione in cui giovani attiviste e attivisti possono formarsi, organizzarsi e incidere nel dibattito pubblico.  

“Il punto di partenza è sempre cercare di capire e analizzare con spirito critico” conclude “Perché dopo aver capito puoi trovare soluzioni e provare a influenzare la realtà”. 

Questo significa continuare a trasformare l’esperienza personale in partecipazione: non “essere raccontato”, ma prendere parola, agire e insieme ad altre e altri contribuire a cambiare le narrazioni che attraversano la società.