Il diritto ad essere riconosciute
Nei primi mesi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la priorità è stata l’emergenza: garantire protezione, accoglienza, sicurezza. A quattro anni dall’invasione e ancora senza un accordo di pace, le persone rifugiate hanno bisogno di poter immaginare un nuovo inizio.
Vira ha 40 anni, è originaria di Dnipro. Quando il conflitto è scoppiato è fuggita verso la Polonia con i figli di 9 e 5 anni.
“La mia vita è stata completamente stravolta” racconta “Sono partita senza portare nulla con me. Non ho nemmeno preso una valigia ma solo un piccolo zaino: volevo viaggiare più leggera possibile per poter gestire i miei figli nella fuga”.
Dalla Polonia è riuscita ad arrivare a Bari “Non avevo mai visto l’Italia prima di quel momento. Sono stata fortunata perché mi sono sentita veramente accolta. Ora però ho bisogno di riprendere in mano la mia vita”.
Un grande passo indietro
Laureata in infermieristica, Vira in Ucraina lavorava nel reparto di terapia intensiva di un grande ospedale. A tre mesi dall’arrivo in Italia ha trovato lavoro in una RSA come operatrice sociosanitaria.
“Si è trattato di un grande passo indietro dal punto di vista professionale per me” racconta. “In Ucraina avevo un buon lavoro, un ottimo stipendio. Ora riesco a soddisfare solo i bisogni essenziali”.
La sua esperienza non è un caso isolato. Come evidenzia il nostro report “Lavoro migrante nei settori a bassa tutela. Istruzione, segregazione e piattaforme digitali tra precarietà e disuguaglianze” realizzato insieme ai ricercatori dell’Università degli Studi di Bari, molte persone rifugiate, pur avendo titoli di studio medio-alti e percorsi professionali consolidati, finiscono per lavorare in settori a minore qualificazione.
Una delle cause principali è il mancato riconoscimento dei titoli accademici acquisiti e dell’esperienza maturata nel Paese di origine.
Il peso della cura
Per le donne il percorso è spesso ancora più complesso. Il carico di cura grava in modo sproporzionato sulle madri e rende l’integrazione più fragile.
“Tante donne come me si trovano sole a farsi carico della gestione famigliare” dice Vira. “Se hai la fortuna di aver trovato un lavoro, resta il problema di gestire i tuoi figli.”
L’inadeguatezza e la scarsità dei servizi pubblici per l’infanzia, l’assenza di mediazione interculturale e un mercato del lavoro che si regge sulla flessibilità sono ostacoli concreti per la conciliazione del lavoro retribuito con quello di cura. Le conseguenze di questo modello produttivo ricadono con maggiore intensità sulle donne straniere, soprattutto quando mancano reti familiari di supporto alla maternità.
La precarietà e le basse retribuzioni precludono inoltre l’accesso ai servizi educativi privati, amplificando le diseguaglianze economiche e sociali già esistenti.
Queste barriere finiscono per restringere ulteriormente i percorsi di crescita professionale e le possibilità di progettare il proprio futuro per le lavoratrici madri.
Il riconoscimento come opportunità
Per Vira, il riconoscimento dei titoli di studio rappresenta un passaggio decisivo nel percorso di integrazione.
“Sono venuta a conoscenza dello sportello informativo attivato da ActionAid attraverso il progetto SWEETIE a Bari e mi sono subito rivolta per chiedere aiuto”.
Attraverso lo sportello – aperto al pubblico una volta alla settimana – è stato avviato il recupero dei documenti necessari per il riconoscimento dei suoi titoli tramite la piattaforma del Consiglio d’Europa European Qualification Passport for Refugees (EQPR).
“Per me è difficile pensare al futuro, ma guardo con fiducia al domani, con il desiderio di poter migliorare la mia situazione professionale”, dice Vira.
Il progetto SWEETIE
Con il progetto SWEETIE, finanziato dall’Unione Europea, lavoriamo per rafforzare l’accesso ai servizi pubblici e accompagnare le donne rifugiate provenienti dall’Ucraina nel riconoscimento delle qualifiche, nell’inserimento lavorativo e nella costruzione di reti territoriali di sostegno. Il progetto è sviluppato in Italia – in particolare in Puglia, Calabria e Campania – Grecia e Polonia.
Leggi di più sul progetto: Progetto SWEETIE
Il progetto SWEETIE è co-finanziato dall’Unione Europea – European Social Fund Agency, Social Innovation Initiative. Le opinioni e i punti di vista espressi sono tuttavia esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione europea o dell’Agenzia del Fondo Sociale Europeo. Né l’Unione europea né l’Autorità finanziatrice possono essere ritenute responsabili per tali contenuti.